Mi sono vista nello specchio dell’ascensore e ho capito perché da mesi evitavo tutti
“Ma davvero vuoi saltare anche il pranzo da tua sorella per una cosa così?”
Mio marito me l’ha detto in cucina, con la busta della spesa ancora in mano. Io stavo fissando il tavolo e gli ho risposto subito male.
“Per te è facile parlare. Tu non hai la faccia che entra in una stanza prima di te.”
Lui si è fermato, zitto. Poi ha detto piano: “Non è questo. È che sono mesi che inventi scuse con tutti.”
Aveva ragione e proprio per questo mi ha dato fastidio.
Da quando ho avuto l’incidente non sono più tornata quella di prima. Non è stato un incidente enorme da telegiornale, per capirci. Una cosa stupida, quasi banale. Una pentola d’olio rovesciata, una distrazione, il pronto soccorso, poi il centro grandi ustionati, le medicazioni, le creme, la fisioterapia. E una cicatrice che parte dalla guancia e arriva vicino al collo. Non mostruosa, come magari qualcuno immagina. Ma visibile. Abbastanza da farmi sentire osservata appena esco di casa.
All’inizio tutti sono stati gentili. Mia madre veniva con le buste della farmacia. Mia sorella mi accompagnava ai controlli in ospedale. Mio marito faceva il possibile con il lavoro e con la casa. Anche mia figlia, che di solito vive di corsa, passava più spesso.
Poi, piano piano, io ho cominciato a chiudermi.
Dicevo che ero stanca. Che avevo male. Che c’era troppa gente. In parte era vero. Ma la verità intera è che non sopportavo gli sguardi. Nemmeno quelli buoni. Anzi, forse quelli buoni ancora meno. Mi facevano sentire un caso umano.
Ho smesso di andare al mercato, al bar sotto casa, perfino a prendere il pane all’orario normale. Uscivo presto o tardi, con la sciarpa anche quando non serviva. Al lavoro mi ero fatta dare qualche settimana in più di malattia, poi ferie, poi aspettativa breve. Lavoro in una segreteria di uno studio dentistico, niente di eccezionale, ma lì la faccia ce la metti sempre. Accogli le persone, sorridi, rispondi. Io non riuscivo.
Il problema è che agli altri non l’ho mai detto davvero.
Dicevo: “Sto ancora recuperando.”
Che era vero, ma non abbastanza vero.
Quel pranzo da mia sorella era per il compleanno di mio nipote. C’erano i cugini, i nonni, la solita tavolata stretta. Io avevo già pronta la scusa del mal di testa. Ma mia figlia, mentre sparecchiava la colazione, mi ha detto una cosa che mi ha fatto male.
“Mamma, secondo me non hai paura della gente. Hai paura che la gente ti veda come ti vedi tu.”
Io le ho risposto subito: “Grazie, adesso pure la psicologa fai.”
Lei si è offesa. “No, però ogni volta sembra che siamo noi a dover coprire tutto. Con la zia dico che non stai bene, con la nonna dico che sei stanca, con i vicini cambio discorso. Sembra che ti vergogni anche di noi quando ti veniamo a trovare.”
Questa cosa mi ha gelata. Perché non era vera, ma capivo da dove veniva.
Negli ultimi mesi, quando arrivava qualcuno senza avvisare, io spesso restavo in camera. Dicevo a mio marito: “Digli che sto dormendo.” Una volta l’ho fatto pure con mia suocera, che ci era rimasta malissimo anche se non aveva detto niente.
Io pensavo di proteggermi. Loro forse si sentivano tenuti fuori.
Alla fine al pranzo ci sono andata. Male, ma ci sono andata. In ascensore, nel palazzo di mia sorella, c’era quello specchio terribile che allunga tutto. Mi sono guardata e per un secondo ho avuto proprio la tentazione di tornare giù. Mia figlia mi ha preso il braccio e mi ha detto solo: “Saliamo e se vuoi dopo dieci minuti andiamo via.”
Appena entrata, ho visto due persone abbassare gli occhi troppo in fretta. Una zia acquisita mi ha detto: “Come stai bene”, con quel tono che significa il contrario o forse no, non lo so. Io già stavo per chiudermi.
Poi è successa una cosa stupida. Mio nipote mi ha aperto la porta della cameretta per farmi vedere un regalo e mi ha detto normalissimo: “Zia, vieni, ma stai attenta al mio cane che ti salta addosso.” Non ha guardato la cicatrice una volta. Per lui io ero io.
Più tardi invece ho sentito mia madre in cucina che diceva a mia sorella: “Bisogna starle dietro, sennò questa non esce più.” L’ha detto piano, ma l’ho sentito.
Mi sono arrabbiata tantissimo. Le ho detto: “Non sono una da gestire. Se non esco è perché non me la sento, non perché sono impazzita.”
Mia madre si è messa sulla difensiva: “Ma chi ha detto questo? Io mi preoccupo.”
E mia sorella lì ha tirato fuori una cosa che non sapevo. “La mamma è preoccupata anche perché io e tuo marito ci siamo sentiti un paio di volte. Non sapevamo più come aiutarti.”
Io mi sono sentita tradita. Ho guardato mio marito e lui non ha negato.
“Sì, ci siamo sentiti. Perché tu con me non parlavi più. Appena provavo a dirti qualcosa mi dicevi che non capivo.”
Aveva ragione pure lui. Però in quel momento ho visto solo una specie di alleanza alle mie spalle, come se fossi diventata un problema da passare di mano tra parenti.
Sono andata in bagno e ho pianto dalla rabbia, ma anche dalla vergogna. Perché in fondo nessuno stava complottando contro di me. Solo che io non dicevo quasi niente e loro riempivano il vuoto come potevano.
La parte più brutta è che non era solo la cicatrice. Era che prima mi piaceva entrare nei posti senza pensarci. Mi sentivo a posto, normale, perfino carina certe volte. Adesso invece mi preparo già al momento in cui qualcuno mi guarderà due secondi in più. E quei due secondi mi sembrano tutto.
Dopo quel pranzo non è cambiato magicamente niente. Non mi sono trasformata in una donna sicura che esce e se ne frega. Magari.
Però ho fatto due cose. Ho chiesto al medico di base di indirizzarmi anche a un supporto psicologico tramite il consultorio della ASL, perché da sola stavo girando in tondo. E sono tornata al lavoro per mezza giornata, nonostante la paura.
Il primo giorno una paziente mi ha fissata. L’ha fatto davvero, non era una mia fantasia. Poi però ha chiesto scusa e mi ha detto: “Scusi, anche mia sorella ha avuto un’ustione anni fa.” Non è stata una scena edificante. Mi sono irrigidita, ho sorriso male, per un’ora mi sono sentita nuda. Però non sono scappata.
A casa continuo ad avere giornate in cui non mi va di vedere nessuno. E a volte penso ancora che, se resto nel mio piccolo, almeno mi sento più al sicuro. Ma ho capito che nel frattempo stavo lasciando agli altri il compito di spiegare la mia assenza, il mio silenzio, perfino il mio cambiamento. E così facevo male anche a loro.
Non so se si torna davvero come prima quando cambia il modo in cui ti guardi e ti guardano. Forse no. Forse si deve trovare un altro modo di stare al mondo, meno comodo ma più vero.
Secondo voi una persona riesce davvero a ritrovare se stessa dopo un cambiamento così visibile, o una parte resta per forza bloccata in quello che era prima?