Mi hanno chiesto di lasciarla andare: la notte in cui io e mio marito abbiamo deciso se donare gli organi di nostra figlia

«Signora, per favore si sieda.»

Io non volevo sedermi. Volevo che qualcuno smettesse di parlare come parlano i medici quando stanno per distruggerti la vita. Mia figlia era dietro quella porta, nel reparto di terapia intensiva pediatrica, con i capelli ancora legati male dalla mattina e il suo pupazzetto giallo appoggiato vicino al cuscino. Il monitor faceva rumore, il ventilatore pure. Il suo cuore batteva. Eppure il medico mi guardava con quegli occhi stanchi e diceva una frase che ancora oggi mi rimbomba dentro.

«Il cuore batte, ma il cervello non dà più segni. Per vostra figlia non c’è possibilità di recupero.»

Mio marito, Davide, si è alzato di scatto.

«No. No, guardi che sta sbagliando. Lei è calda. Respira.»

«Respira grazie alle macchine» ha risposto il medico, piano. «Capisco che sia insopportabile da accettare.»

Insopportabile. Sì. Ma quella parola era piccola, ridicola quasi, rispetto a quello che avevo dentro.

Nostra figlia si chiamava Viola. Aveva cinque anni. Due giorni prima correva in corridoio con le calze antiscivolo, rideva perché le avevo detto di non pattinare sul pavimento. Poi quel malore improvviso, l’ambulanza, la corsa in ospedale, le facce tese, gli esami. Tutto precipitato in ore. Una di quelle cose che pensi sempre che capitino agli altri.

Io continuavo a fissare le mani del medico. Non riuscivo nemmeno a guardarlo in faccia.

Poi è arrivata l’altra domanda. Quella che mi ha fatto quasi odiare il mondo.

«Dovremmo anche parlarvi della possibilità di una donazione degli organi.»

Mi si è girato lo stomaco.

Davide ha fatto un passo indietro, come se l’avessero colpito.

«No. Adesso no. Ma come vi viene in mente?»

Io non parlavo. Sentivo solo un fischio nelle orecchie. Donazione. Organi. Mia figlia. Erano parole che non potevano stare nella stessa stanza.

Ci hanno lasciati soli in una saletta con le sedie di plastica, la macchinetta del caffè in fondo e quell’odore di disinfettante che ti si attacca addosso. Davide camminava avanti e indietro.

«Non possono chiedercelo. Non possono.»

«L’hanno chiesto» ho sussurrato.

Lui si è fermato e mi ha guardata male, ma non ce l’aveva con me. Ce l’aveva con la vita, con i medici, con il soffitto, con Dio forse.

«Tu ci stai pensando?»

Non gli ho risposto subito. E la verità è che mi sentivo una madre orribile solo per il fatto di pensarci.

«Non lo so» ho detto. «Non lo so più niente.»

Davide si è seduto e si è messo le mani in faccia. L’ho sentito piangere piano, come non l’avevo mai sentito. Nemmeno quando era morto suo padre.

«Se diciamo sì» ha mormorato, «è come ammettere che è finita.»

Quella frase mi ha trapassata. Perché era vero. Finché dicevamo no, una parte di noi poteva ancora aggrapparsi al battito del suo cuore, al colore delle sue guance, al calore della pelle. A quella bugia disperata che i genitori si raccontano quando stanno annegando.

Sono tornata da Viola da sola. Le ho accarezzato la fronte. Aveva ancora un piccolo graffio sul mento per una caduta in bicicletta della settimana prima. Una sciocchezza. Mi ero pure arrabbiata quel giorno perché non voleva tenere il casco allacciato bene. E lì, davanti a quel letto, mi sono sentita morire anche io, a pezzetti.

«Amore mio» le ho detto piano, «io non so come si fa.»

Ho pensato a quante volte le avevo insegnato a condividere. Il panino all’asilo. I pennarelli con i cugini. Il posto sull’altalena. Sembrano cose stupide, invece ti tornano addosso quando meno te l’aspetti.

Quando sono uscita, ho trovato Davide appoggiato al muro.

«Ho parlato con l’infermiera» mi ha detto senza guardarmi. «Mi ha detto che potrebbe salvare altri bambini.»

Non rispondevo.

«Io però mi sento un mostro solo a dirlo.»

«Anche io.»

Siamo rimasti zitti per un tempo che non so misurare. In ospedale il tempo diventa gomma, si allunga, si spezza.

Poi ho detto una cosa che non avevo preparato, mi è uscita e basta.

«Viola non torna. Ma magari una mamma non deve sentire quello che stiamo sentendo noi.»

Davide ha chiuso gli occhi. Ha sbattuto il pugno contro la parete, una volta sola, forte.

«Che schifo» ha detto piangendo. «Che schifo dover decidere una cosa così.»

Gli sono andata vicino. Ci siamo abbracciati male, stretti, quasi con rabbia.

«Non voglio che la tocchino» ha sussurrato.

«Nemmeno io.»

«E allora perché sto per dirti di sì?»

Non lo sapevo spiegare bene. Forse perché in mezzo a tutto quel buio cercavamo un filo minuscolo di senso. Non consolazione, quella no. Il dolore non si addolcisce perché fai la cosa giusta. Però magari non resta solo distruzione.

Quando è rientrato il medico, Davide parlava a fatica.

«Se… se serve davvero a salvare altri bambini, allora sì.»

Io ho annuito, ma mi tremava tutto.

Ho firmato con una grafia storta, quasi irriconoscibile. Mi ricordo quella penna blu più di tante altre cose. Assurdo, no?

Dopo, sono tornata da Viola un’ultima volta prima dell’intervento. Le ho sistemato il pupazzetto accanto, anche se sapevo che non sarebbe andato con lei. Le ho baciato le dita, una per una.

«Perdonami» le ho detto. «Oppure grazie. Non lo so. Forse tutte e due.»

Nei mesi dopo siamo crollati in modi diversi. Io non riuscivo a entrare nella sua cameretta. Davide invece ci dormiva sul pavimento. Abbiamo litigato tanto, per sciocchezze e per cose enormi. Per il silenzio. Per chi soffriva peggio. Per il fatto che il mondo continuava a girare lo stesso, e questa era un’offesa.

Poi un giorno ci hanno fatto sapere, senza dettagli, che quella donazione aveva aiutato più di un bambino. Ho pianto sul pianerottolo, con le buste della spesa in mano. Non di felicità. Non esiste felicità in una cosa del genere. Ma ho sentito, per un attimo, che Viola aveva lasciato una traccia viva, concreta, nel corpo di qualcuno che forse adesso corre, mangia, fa capricci, stringe la mano a sua madre.

E io a quella immagine mi aggrappo ancora.

Ci sono giorni in cui penso che abbiamo fatto l’unica cosa possibile. Altri in cui mi chiedo come abbiamo trovato la forza di dirlo ad alta voce.

Voi al posto nostro ce l’avreste fatta a dire sì? E si può davvero dare un senso al dolore più grande, o si impara solo a portarlo?