“Mi sono guardata allo specchio con il vestito scelto da mia suocera e non mi sono riconosciuta più”: tra matrimonio, aspettative e il dubbio di perdere me stessa
“Se continui così, il matrimonio lo facciamo da soli io e mia madre.”
Me l’ha detto il mio compagno martedì sera, in cucina, mentre io avevo ancora la busta della lavanderia in mano e non avevo neanche tolto il cappotto.
Io l’ho guardato e gli ho risposto: “Forse sarebbe più semplice, visto che state decidendo tutto voi.”
Non è una frase che mi è uscita bene. Era cattiva, detta male, e infatti lui si è chiuso subito. Però la verità è che da settimane mi sento come se stessi entrando in una vita che somiglia alla mia solo da fuori.
Ci sposiamo a settembre. O almeno, dovremmo. Stiamo insieme da sei anni, conviviamo da quasi due in un bilocale in affitto, e fin qui nessun dramma. Il problema è iniziato quando abbiamo deciso di fare il passo “serio”, come dice la sua famiglia.
All’inizio ero contenta. Poi, piano piano, ogni decisione è diventata una discussione dove io partivo già in difetto.
La sala? Sua madre conosce il proprietario di un ristorante in provincia, “si mangia bene e fanno un prezzo onesto”.
La casa dopo il matrimonio? Un appartamento sopra i suoi genitori, vuoto da anni, “così almeno non buttate soldi”.
Il vestito? “In atelier ti spennano, c’è una sarta bravissima che ha fatto anche quello di mia cognata.”
Persino il viaggio di nozze era già mezzo deciso, perché “una settimana è più che sufficiente, non state mica partendo per trasferirvi”.
Io all’inizio ho lasciato correre. Anche per colpa mia, lo dico. Sono una che evita lo scontro finché non esplode. Dicevo “vediamo”, “poi ne parliamo”, “va bene, intanto blocchiamo”. Pensavo che avrei recuperato spazio più avanti. Invece ogni mio sì detto per stanchezza è diventato un sì definitivo.
Il punto non è che sua madre sia cattiva. Anzi, a modo suo ci sta aiutando davvero. Ha contatti, si informa, ci portava i preventivi già stampati, ha pure anticipato una caparra per il ristorante “così fermiamo la data”. Il punto è che io mi sento ospite nel mio stesso matrimonio.
La settimana scorsa sono andata a provare il vestito dalla sarta che aveva scelto lei. Mia suocera era entusiasta. Il mio compagno diceva: “Dai, almeno prova, poi se non ti piace lo dici.”
Io l’ho provato.
Mi sono guardata allo specchio e mi è venuto da piangere. Non perché fosse brutto in assoluto. Era proprio il vestito da sposa che piace a loro: classico, pizzo, manica, molto “signorile”. Solo che io non mi vedevo. Sembravo una che stava recitando la parte della sposa giusta per quella famiglia.
La sarta ha detto: “Ti sta benissimo, slancia.” Mia suocera: “Finalmente ti vedo sposa.”
E io ho fatto la cosa più stupida: ho sorriso.
In macchina, tornando a casa, mi tremavano le mani. Il mio compagno mi ha chiesto: “Allora? Alla fine non era male, no?”
Io ho detto: “Non sono io.”
Lui ha sospirato come se fossi una bambina capricciosa. “Ma che significa non sono io? È un vestito, mica un’identità.”
E lì secondo me si è aperta la crepa vera. Perché per lui erano dettagli. Per me no. Non era il pizzo. Era il fatto che da mesi mi sento dire in modi gentili che quella che sono io va sempre un po’ corretta.
Io lavoro in un negozio di telefonia in centro commerciale, con turni assurdi, sabati compresi. Non è il lavoro dei sogni, ma è mio, mi mantiene. Da qualche mese lui insiste che dopo il matrimonio dovrei cercare qualcosa “più compatibile con una famiglia”. Anche qui, non me l’ha imposto con cattiveria. Dice che se andiamo a vivere sopra i suoi potremmo risparmiare, e magari io potrei accettare un part-time. Sua madre ha già detto che conosce una persona in un patronato e “per una ragazza precisa come te qualcosa si trova”.
Una ragazza. Ho trentasei anni.
Io però non gli avevo detto tutto. E forse qui ho sbagliato più di lui.
A febbraio avevo mandato un curriculum quasi per gioco a una cooperativa sociale del comune vicino, per un lavoro d’ufficio. Niente di incredibile, ma contratto migliore, orari umani, e soprattutto a quaranta minuti da qui. Mi avevano richiamata per un secondo colloquio. Io non l’ho detto a nessuno.
Non l’ho detto perché volevo prima capire se fosse una cosa concreta. E anche perché, in fondo, sapevo già che sarebbe diventata l’ennesima discussione sul fatto che “proprio adesso” non era il momento di cambiare.
Lunedì mi hanno chiamata: mi prenderebbero da giugno.
Martedì gliel’ho detto. Male. Nel mezzo di una discussione sul tableau del matrimonio e sui confetti, come se stessi sganciando una bomba per ripicca.
Lui è rimasto zitto e poi mi ha chiesto: “Quindi hai fatto colloqui di nascosto mentre organizzavamo il matrimonio?”
Io ho risposto: “Di nascosto no, semplicemente erano fatti miei.”
Lui: “Se ci sposiamo, non sono più solo fatti tuoi.”
Io: “Appunto, è questo che mi spaventa.”
Ha preso le chiavi ed è uscito. Dopo un’ora mi ha scritto che era dai suoi.
Il giorno dopo è venuta sua madre, senza avvisare. Mi ha detto una cosa che ancora mi gira in testa: “Se hai dei dubbi, meglio dirlo adesso. Ma non puoi tirarti indietro dopo che tutti si sono mossi, dopo i soldi spesi, dopo le promesse.”
Io le ho risposto: “E io? Io quando entro in conto?”
Lei si è gelata e mi ha detto: “Sei sempre entrata in conto. Sei tu che non dici mai niente e poi fai trovare le sorprese.”
E purtroppo aveva toccato un punto vero. Perché io ho ingoiato, rimandato, fatto finta di essere flessibile. Ho lasciato che gli altri decidessero, e adesso presento il conto tutto insieme.
Poi però è successo un altro pezzo, più piccolo ma per me importante. Ieri sera il mio compagno è tornato. Abbiamo parlato più piano. Mi ha detto: “Io pensavo di semplificarti la vita, non di togliertela di mano.”
Io gli ho detto: “Forse io ti ho lasciato credere che andasse tutto bene, perché avevo paura di sembrare ingrata o difficile.”
Lui mi ha chiesto se voglio ancora sposarlo.
Io non gli ho saputo rispondere subito. Gli ho detto solo che, in questo momento, non me la sento di scegliere un appartamento sopra i suoi, lasciare il mio lavoro senza volerlo davvero, e mettere un vestito in cui mi sento un’altra persona solo per non deludere nessuno.
Lui ha detto che allora per lui è tutto in discussione, non solo il vestito o la casa. E forse ha ragione. Perché alla fine non stiamo litigando su una sarta o su un colloquio. Stiamo litigando sul tipo di vita che ci aspettiamo.
Adesso il matrimonio non l’abbiamo annullato, ma nemmeno confermato davvero. Ci siamo presi qualche giorno senza famiglie in mezzo. Io intanto continuo ad andare al lavoro e ho chiesto alla cooperativa se posso dare risposta la prossima settimana.
Mi sento in colpa, sì. Per i soldi già dati, per le persone coinvolte, per il fatto che potevo parlare prima. Ma sento anche che se vado avanti così, il rischio non è fare un matrimonio sbagliato. È sparire piano dentro una vita che va bene a tutti tranne che a me.
Secondo voi sto rompendo un impegno all’ultimo per egoismo, o sto facendo bene a fermarmi prima di tradire me stessa del tutto?