Mio marito mi ha cacciata di casa con nostro figlio, poi ho scoperto che la ditta piena di debiti era intestata a me: adesso la sto salvando io e non so se ridargliela
“Tu stasera non resti qui.”
Me l’ha detto sulla porta di casa, davanti a nostro figlio che aveva ancora lo zaino dell’asilo in mano. Io all’inizio pensavo fosse una delle solite litigate brutte, di quelle in cui si urla e poi il giorno dopo si fa finta di niente. Invece no. Mi ha messo una borsa fuori, due cambi per il bambino, e mi ha detto: “Vai da tua madre, io non ce la faccio più.”
Io gli ho risposto: “Ma ti rendi conto che stai buttando fuori tuo figlio?” E lui: “Non fare la vittima, per favore.”
Quella sera sono andata davvero da mia madre. In macchina piangevo e allo stesso tempo cercavo di tranquillizzare il piccolo, che continuava a chiedere: “Ma papà viene dopo?” E io non sapevo cosa dire.
Nei giorni successivi mio marito è sparito a metà . Nel senso: messaggi secchi, telefonate quasi zero, soldi niente. Mi diceva solo: “Adesso non posso, ho problemi con il lavoro.” Lui ha una ditta di trasporti, o almeno io così l’ho sempre chiamata. Furgoni, consegne, corrieri, pezzi di ricambio, gasolio, clienti che pagano tardi. Sempre nel caos, sempre con la promessa che “appena si sistema tutto” avremmo respirato.
Io però non sono stata una santa, questo lo dico. Per anni ho voluto sapere poco. Quando lui diceva “firma qui che serve per il commercialista” oppure “mi chiedono anche la tua firma per la banca” io firmavo. Magari brontolavo, magari dicevo “non capisco niente di queste cose”, però firmavo. Mi fidavo e, se devo essere sincera, mi faceva pure comodo non entrare nei suoi problemi.
Dopo circa due settimane mi arriva una telefonata da un numero fisso. Pensavo fosse per una bolletta. Invece una signora, molto fredda, mi chiede se intendevo rientrare del debito relativo a una ditta individuale di autotrasporti. Io ho detto: “Guardi che avete sbagliato persona.” Lei mi fa la partita IVA, il nome dell’attività e poi dice il mio nome e cognome.
Mi si è gelato tutto.
Sono andata il giorno dopo da un CAF prima, poi mi hanno mandato da un commercialista perché la cosa era più grossa. Alla Camera di Commercio risultava che da quasi un anno la ditta era intestata a me. A me. Non a lui. Io titolare. Con debiti verso fornitori, rate arretrate, F24 non versati, forse anche contributi in ritardo. Mi tremavano le mani.
L’ho chiamato subito. Gli ho detto: “Mi spieghi perché la tua ditta è a nome mio?”
Lui ha avuto pure il coraggio di rispondermi: “Non è la mia ditta, è la nostra famiglia. L’ho fatto per salvarci.”
“Salvarci da cosa? Mi hai lasciata senza soldi e con i debiti addosso.”
“Se l’avessi lasciata a nome mio me l’avrebbero bloccata. Era solo una cosa tecnica.”
“Una cosa tecnica? Mi hai messa in mezzo senza dirmelo.”
Lui continuava a ripetere che tanto gestiva tutto lui, che appena ripartiva avrebbe sistemato. Peccato che intanto i solleciti arrivavano a me.
Mia madre diceva: “Vai subito da un avvocato.” Io ci sono andata. L’avvocato è stato chiaro: se ci sono firme valide e documenti fatti in un certo modo, uscirne non è semplice e nel frattempo i creditori non aspettano. Mi ha detto anche una cosa che mi ha dato fastidio ma era vera: “Signora, lei ha firmato senza leggere.”
Lì mi è crollata un’altra certezza. Perché sì, lui mi ha tradita, ma io gli ho aperto la porta tante volte con la mia leggerezza.
La parte peggiore è stata quando ho capito che se la ditta saltava, io non avrei avuto niente da cui ripartire. Niente affitto facile da trovare, niente serenità per mio figlio, niente futuro pulito. Avevo due scelte orribili: lasciarla andare a fondo e farmi travolgere, oppure entrarci davvero.
Ho scelto la seconda.
Io che fino a pochi mesi fa non distinguevo una visura da un DURC, mi sono ritrovata a parlare con il commercialista, con i fornitori, con la banca, con un consulente del lavoro. Ho scoperto che alcuni clienti non erano persi, semplicemente nessuno li richiamava. Ho scoperto che c’erano fatture emesse male, consegne fatte e non sollecitate, un furgone fermo per una sciocchezza mai sistemata. Un casino, sì, ma non un’azienda completamente morta.
Quando lui l’ha saputo, si è rifatto vivo sul serio.
“Vedi che allora avevo ragione? Basta tenerla in piedi ancora un po’.”
Io gli ho detto: “No, non avevi ragione. Sto tappando i buchi che mi hai nascosto.”
Lui è venuto da mia madre una sera, voleva parlare. Ha iniziato a dire che era sotto pressione, che aveva paura dei pignoramenti, che si vergognava a dirmi come stavano davvero le cose. A un certo punto ha detto anche: “Se non lo facevo, perdevo tutto.”
E io: “Hai fatto perdere tutto a me.”
Però la verità è che non era solo cattiveria. Era anche panico, orgoglio, incapacità di ammettere il fallimento. E io queste cose in lui le avevo sempre viste, solo che finché non mi sono esplose addosso facevo finta di no.
Adesso sono passati alcuni mesi. La ditta non naviga nell’oro, ma non è fallita. Ho rimesso ordine, ho chiuso rapporti con due clienti che non pagavano mai, ho rateizzato quello che si poteva rateizzare, e soprattutto non firmo più niente senza leggere tre volte. Nostro figlio sta con me, lui lo vede ma in modo discontinuo, e anche su questo litighiamo.
Il problema adesso è un altro. Mio marito continua a dirmi: “Quando si sistema, me la devi ridare. L’ho creata io.”
Io gli rispondo: “Intestata a me, coi debiti su di me, salvata da me. Ridare cosa?”
Lui sostiene che gliel’ho quasi portata via approfittando del momento. Io penso che se non intervenivo, adesso sarei rovinata del tutto. Però non vi nego che a volte mi sento pure in colpa, perché quel lavoro l’aveva costruito davvero lui all’inizio, facendo notti e sacrifici. Poi però l’ha gestito malissimo e ha deciso per tutti senza chiedere niente.
Io oggi non so se sto difendendo me e mio figlio o se ormai mi sono aggrappata a questa ditta anche per rabbia. So solo che non voglio più farmi usare e non voglio ritrovarmi tra un anno punto e a capo.
Secondo voi, una volta rimessa in piedi, dovrei davvero restituirgli l’attività oppure tenermela perché ormai le conseguenze legali ed economiche le sto pagando io? Voi come vi comportereste al posto mio?