“Ma ti pare il modo di vestirti?” Mi sono ritrovata giudicata da tutti, in ufficio e in famiglia, finché ho smesso di chiedere il permesso di essere me stessa
“Ma davvero esci così?” me l’ha detto mia madre sulla porta, mentre stavo andando al lavoro. Non urlando, peggio: con quella voce bassa da vergogna. Avevo addosso una gonna lunga, anfibi, una camicia larga e gli orecchini grandi. Niente di scandaloso. Solo diverso da come mi vesto di solito, o meglio da come mi vestivo per non sentire commenti.
Le ho risposto male. “Così come? Vestita.” E sono uscita sbattendo la porta.
Il problema è che non era solo lei. Da qualche mese avevo ricominciato a mettere cose che mi piacevano davvero, non quelle neutre, invisibili, da “stai bene con tutto”. In ufficio lavoro in un centro servizi amministrativi, open space, scrivanie una attaccata all’altra, e basta poco perché tutti dicano la loro. Una collega ha fatto finta di ridere: “Oggi stile rock?” Un altro: “Hai un appuntamento dopo?” Sempre con quel tono che se te la prendi sei pesante, se stai zitta però passa il messaggio.
Io facevo finta di niente, ma non è vero che non mi toccava. Eccome se mi toccava. Passavo la pausa pranzo in bagno a guardarmi allo specchio e a chiedermi se stessi esagerando. Il punto è che per anni mi sono vestita per tranquillizzare gli altri. In famiglia sono sempre stata quella “semplice”, quella che non dà problemi. E anche al lavoro mi ero messa addosso una specie di divisa da brava ragazza: pantaloni scuri, maglioncino, niente rossetto, niente accessori troppo visibili.
Solo che ultimamente mi sentivo soffocare. Non saprei dirlo meglio.
La verità, se devo essere onesta, è che avevo cominciato a cambiare piano piano dopo un periodo brutto. L’anno scorso mi ero lasciata con una persona con cui stavo da parecchio e mi ero accorta che anche lì cercavo sempre di essere quella giusta, quella comoda. Quando è finita, invece di stare male e basta, ho iniziato a chiedermi quante cose facevo davvero per me. E da lì sono partita anche dai vestiti. Sembra una sciocchezza, ma per me non lo era.
Però non l’ho spiegato a nessuno. Né a mia madre né in casa. Ho solo cambiato modo di presentarmi, pensando che gli altri si sarebbero abituati. Invece no.
La domenica successiva siamo andati a pranzo dai miei genitori e mia sorella, davanti a tutti, mi ha detto: “Sembri arrabbiata col mondo.” Io ho chiesto cosa volesse dire e lei: “Da come ti conci, da come ti trucchi adesso… non sembri tu.” Mio padre zitto a tagliare il pane, mia madre a dire: “Lo diciamo per il tuo bene, la gente giudica.” E lì ho sbagliato pure io, perché ho risposto: “La gente siete voi.” Silenzio totale.
Sono andata in bagno e mi è venuto da piangere dalla rabbia. Non tanto per la frase in sé, ma perché in parte avevano toccato un punto vero: non mi sentivo sicura. C’erano mattine in cui mettevo una cosa e poi la toglievo tre volte. Quindi quando loro mi criticavano, entravano proprio lì.
A consolarmi quel giorno è stata mia cugina più piccola, che ha vent’anni e di solito in famiglia viene trattata come quella “strana”. È venuta in cucina mentre fingevo di sistemare i piatti e mi ha detto: “Tu almeno ci stai provando. Loro si agitano perché eri prevedibile e adesso no.” Io le ho detto: “Magari hanno ragione, magari sto facendo la ridicola.” E lei: “Anche se fosse? Almeno sei tu la ridicola, non la copia tranquilla che vogliono loro.” Mi ha fatto ridere, ma mi ha anche punto.
Il giorno dopo in ufficio è successa una cosa che mi ha fatta crollare più del previsto. La responsabile mi ha chiamata da parte. Giuro, ho pensato a un richiamo. Invece mi ha detto, molto educata: “Ti suggerisco un abbigliamento un po’ più sobrio, sai com’è, siamo a contatto col pubblico.” Le ho chiesto cosa ci fosse di non sobrio in una camicia e una gonna lunga. Lei si è imbarazzata e ha risposto: “No, niente di specifico, è più un’impressione generale.”
Impressione generale. Quella frase mi è rimasta addosso tutto il giorno.
La sera mia madre mi ha scritto su WhatsApp: “Non volevo ferirti.” Di solito quando succedono queste cose io lascio correre per giorni. Invece le ho risposto subito e le ho chiesto di passare da me.
Quando è arrivata, le ho detto una cosa che non le avevo mai detto bene: “Mi fa male che anche tu mi guardi come se mi stessi rovinando.” Lei all’inizio si è difesa. “Io ho paura che ti facciano stare male, che ti prendano in giro.” E io: “Ma infatti mi prendono in giro. Solo che sapere che pure a casa devo giustificarmi mi stanca ancora di più.”
Poi è venuta fuori una cosa che non avevo capito. Lei mi ha detto: “Quando avevo la tua età, al lavoro mi dissero che dovevo sembrare seria, se no non mi avrebbero mai rispettata. Io certe cose me le sono imposte per campare tranquilla. Forse senza volerlo lo sto chiedendo anche a te.” Non è stata una scena da film, non ci siamo abbracciate piangendo per mezz’ora. Però lì ho smesso di vederla solo come quella che mi giudicava. Anche lei, in un modo suo, aveva imparato ad adattarsi.
Le ho detto pure la mia parte di colpa: che invece di parlarne avevo alzato muri, che spesso entro in modalità sfida e sembra quasi che io voglia provocare. È vero. A volte, dopo l’ennesima battuta, uscivo apposta più “vistosa” solo per testare gli altri. E poi stavo male se reagivano.
Mia madre mi ha guardata e mi ha detto: “Non capirò sempre tutto, ma non voglio essere la prima a farti vergognare.” Per me è stato tantissimo.
In ufficio non è che sia cambiato tutto. Le battute ogni tanto partono ancora, e io non sono diventata improvvisamente sicura di me. Però la settimana scorsa, quando un collega mi ha detto: “Oggi molto particolare”, io ho risposto tranquilla: “Sì, mi vesto io, pensa che comodità.” Due hanno riso, ma non di me come al solito. E io non sono andata a chiudermi in bagno.
La cosa più strana è che da quando ho smesso di chiedere approvazione, anche mia madre ha iniziato a fare meno commenti. L’altro ieri mi ha detto solo: “Se esci tardi, portati una giacca.” Che per noi due, in questo periodo, era quasi un gesto d’amore.
Non so se sto esagerando io a dare tutto questo peso a dei vestiti, però per me non sono solo vestiti. Sono il punto in cui ho capito quante volte mi sono rimpicciolita per non disturbare.
Voi come la vedete? Quando la famiglia dice “lo faccio per il tuo bene”, secondo voi è davvero protezione o a volte è solo paura travestita?