Ho rovinato tutto per un gioiello nascosto: pensavo che mia moglie mi tradisse, invece stava preparando una sorpresa per il mio nuovo lavoro
«Che cos’è quello?»
L’ho detto appena entrato in cucina, senza nemmeno togliere il giubbotto. Mia moglie ha fatto quel movimento veloce, proprio istintivo, e ha infilato una scatolina nel cassetto delle tovaglie.
«Niente.»
«Niente cosa? Ho visto benissimo.»
Lei ha sospirato. «Ti prego, non iniziare.»
E invece ho iniziato eccome. Perché erano mesi che non lavoravo, passavo le giornate tra curriculum, colloqui andati male e caffè al bar sotto casa per non stare sempre tra quattro mura. E in quel periodo mi ero messo in testa un sacco di cose. Mi sentivo inutile, nervoso, sempre addosso a tutto.
Abitiamo in provincia, in un appartamento preso con il mutuo quando lavoravo ancora in magazzino in una ditta di logistica. Poi il contratto non me l’hanno rinnovato e siamo andati avanti con lo stipendio di mia moglie, che lavora part-time in un negozio di intimo in centro, e con qualche lavoretto che mi usciva ogni tanto in nero, cosa di cui non vado fiero ma quando hai bollette, condominio e la mensa di nostro figlio da pagare fai anche scelte sbagliate.
Il punto è che io in quel periodo ero diventato pesante. Lo so adesso, allora no. Controllavo tutto. Se lei metteva il telefono a faccia in giù, io lo notavo. Se usciva dieci minuti prima per andare al lavoro, me lo segnavo in testa. Se tornava stanca e non aveva voglia di parlare, per me c’era sotto qualcosa.
Quella scatolina mi ha fatto partire il cervello.
«Era un anello?» le ho chiesto.
Lei ha alzato la voce. «Ma ti senti quando parli?»
«Per chi è?»
«Non devo giustificarti ogni cosa.»
Quando una persona ti risponde così e tu stai già male di tuo, non ragioni più. Ho detto parole brutte. Non le ripeto neanche. Lei mi ha detto che ero diventato impossibile, che in casa si respirava male, che nostro figlio ormai capiva tutto anche se stava zitto.
La sera non abbiamo cenato insieme. Io sono uscito, ho fatto un giro senza meta con la macchina e ho chiamato mia sorella. Lei mi ha detto solo: «Secondo me stai cercando un motivo fuori perché dentro ti senti a pezzi.» Sul momento mi sono pure arrabbiato con lei.
Nei giorni dopo è peggiorata. Io guardavo quel cassetto appena potevo, ma la scatolina non c’era più. Ho iniziato a pensare che se la portasse dietro. Una mattina le ho chiesto direttamente di farmi vedere la borsa.
Lei mi ha guardato come si guarda uno sconosciuto.
«Tu non stai bene.»
«Allora fammela vedere e finiamola.»
«No. Perché non è normale questa cosa.»
Lì ha iniziato a piangere, ma non come quando litighi e basta. Era proprio stanca. Mi ha detto: «Io ti sto tenendo in piedi da mesi, e tu mi tratti come se fossi la tua nemica.»
Quella frase mi è rimasta addosso, però invece di fermarmi ho continuato. Ho persino controllato l’estratto conto dal telefono, perché il conto cointestato lo usiamo per le spese di casa. Ho visto un pagamento in gioielleria, in centro. Piccolo importo, ma c’era.
Quando gliel’ho sbattuto davanti, è successo il disastro.
«Sei arrivato a controllare il conto per spiarmi?»
«C’era già poco da capire.»
«No, c’era da capire che tu non ti fidi più di me.»
Ha preso le chiavi ed è andata da sua madre con nostro figlio. Io sono rimasto a casa da solo, in una casa che sembrava improvvisamente enorme e muta. Quella notte non ho dormito.
Il giorno dopo mi ha chiamato il consulente dell’agenzia interinale. Mi hanno confermato un posto in una piccola azienda metalmeccanica fuori zona, niente di definitivo ma sei mesi sicuri, con possibilità di proroga. Avrei dovuto essere felice. E in effetti per un momento lo sono stato. La prima persona a cui ho pensato di dirlo era lei.
Sono andato da mia suocera. Mia moglie è scesa nel cortile del palazzo, non voleva farmi entrare perché nostro figlio era sopra.
Le ho detto del lavoro. Lei mi ha guardato e per la prima volta dopo giorni le si è mollata la faccia. Era contenta, si vedeva. Poi però è tornata seria.
«Sono contenta davvero. Ma così non possiamo andare avanti.»
Io le ho chiesto solo una cosa: «Dimmi la verità almeno adesso.»
Lei è rimasta in silenzio qualche secondo, poi è risalita e dopo un minuto è tornata con quella scatolina.
Me l’ha messa in mano.
Dentro c’era un bracciale da uomo, semplice, in argento, con una piccola incisione dentro. C’era scritto: “Si ricomincia”.
Io non capivo neanche subito.
Lei mi ha detto: «L’avevo ordinato quando ti avevano richiamato per il secondo colloquio. Non volevo illuderti, per questo l’avevo nascosto. Se fosse andata male, avrei fatto il reso. Se fosse andata bene, te lo avrei dato per festeggiare il ritorno al lavoro.»
Mi si è chiuso lo stomaco.
«Perché non me l’hai detto?» ho chiesto, e già mentre lo dicevo mi rendevo conto di quanto fosse una domanda scema.
Lei mi ha risposto: «Perché volevo farti una sorpresa. E perché ultimamente con te qualsiasi cosa diventa un interrogatorio.»
Non sapevo dove guardare. Mi è venuto da piangere ma mi vergognavo pure di quello. Le ho chiesto scusa, però una scusa in certi momenti sembra piccola e basta. Lei non ha fatto scenate. Peggio. Mi ha detto con calma: «Io capisco che sei stato male. Ma anche io sono stata male. E tu invece di dirmelo mi hai messo sotto processo.»
Sono passate due settimane. Lei è tornata a casa, ma non è che tutto si sia sistemato perché c’era il bracciale e il contratto. Stiamo parlando di più, questo sì. Io ho smesso di controllare ogni cosa e sto cercando di rimettermi in carreggiata anche con la testa, non solo col lavoro. Però la distanza che ho creato io non sparisce in un giorno.
La cosa che mi fa più male è che io davvero mi ero convinto di vedere segnali ovunque, e invece forse stavo solo guardando mia moglie con la paura e con l’orgoglio ferito.
Non mi sento un mostro, ma neanche uno che può dire “eh, ero stressato” e chiuderla lì. Secondo voi, quando la fiducia si rovina così per colpa dei propri sospetti, si può recuperare davvero fino in fondo?