Sveglio alle Tre: Tra Sacchi di Speranza e Sogni Infranti
«Davide, svegliati!», urla mia madre da dietro la porta, con quella voce incisa dalla fatica di una vita intera. Ancora prima che la sveglia trillasse, sapevo che sarebbe arrivata: la vedo già, seduta al tavolo della cucina, la testa tra le mani, il caffè che frigge nella moka e odore di carta bagnata nell’aria. Appena sento la sua voce, mi sento colpevole di non esser ancora sveglio, come se ogni secondo perso nel sonno fosse una promessa mancata.
«Eccomi, mamma», rispondo, anche se ancora metà del mio corpo giace nel sogno, nell’unico luogo dove la fatica non comanda.
Sono le tre del mattino, e come ogni giorno da quasi due anni, mi preparo: un po’ d’acqua in faccia per lavare via il sonno, giacca pesante per la tramontana che attraversa il quartiere di San Basilio e una fetta di pane raffermo con due gocce d’olio. Mia madre mi fissa con quegli occhi grigi, lo sguardo cupo di chi teme che il futuro di un figlio si stia sgretolando, poco a poco. «Se vuoi, stamattina ti porto il panino anche al lavoro», dice. Io scuoto la testa: «Non preoccuparti, oggi in università portano i cornetti». Bugia. Non mi vergogno di mentire, mi vergogno di essere diventato così bravo a farlo.
Mi infilo i pantaloni della divisa, l’odore del sudore ormai intrappolato nelle fibre. Scendo le scale, il palazzo ancora mezzo addormentato, solo il portinaio Carmine, che mi saluta con un cenno. Quello che nessuno sa è che ogni volta che raccolgo un sacco di immondizia, penso al futuro che desidero: non essere più io a raccogliere i resti degli altri, ma magari costruire qualcosa, essere una di quelle persone che decidono, non che si piegano.
Appena esco, il freddo mi morsica le mani. Il mio collega, Luigi, mi aspetta già vicino al camion, caffè bollente e occhiaie profonde. «Buongiorno, ingegnere!», mi prende in giro, ma nel suo sguardo vedo un misto tra ammirazione e compassione. «Fai ancora quelle nottate sui libri?». Annuire è più semplice che spiegare l’ansia, le palpitazioni che mi stringono il petto quando penso agli esami che non posso andare a sostenere perché dentro ai turni, o alle notti in cui un esercizio si trasforma in incubo.
Saliamo sul camion. Roma è silenziosa quando lavoriamo, le strade sono deserte e i pensieri fanno più rumore del motore. Ogni tanto penso ai miei amici dell’università, quelli che si lamentano dei professori, ma che almeno possono permettersi di organizzare una serata fuori, un viaggio, persino di sbagliare. Io non ho nemmeno il tempo per sbagliare.
Durante il giro al quartiere Parioli, mentre svuoto un bidone pieno di cartoni di vino e bottiglie di Cristal, Luigi si ferma accanto a me: «Ma perché non molli? Tutti si lamentano, ma tu hai il doppio sulle spalle. Non ce la fai a reggere cose così diverse».
«Mollo cosa, Luì? Se mollo il lavoro manchiamo l’affitto, se mollo l’università divento…», ma non riesco nemmeno a finire la frase. Lui capisce e scrolla le spalle: «A regà, però ogni tanto devi pure respirare». In quel momento ho voglia di urlare, di spiegare che non è solo una questione di orgoglio, ma di dignità: io non voglio vergognarmi quando torno a casa, non voglio vedere il disappunto negli occhi di mia madre, la rassegnazione in quelli di mio padre che, da quando la fabbrica ha chiuso, passa le sue giornate davanti al televisore, sprofondato nel silenzio.
A metà turno, il telefono vibra. È Martina, la ragazza che frequento all’università. «Davide, lo so che sei a lavoro, ma non puoi saltare l’esame di domani. Il prof mi ha detto che ti boccia se non ti presenti.» Sento la rabbia salire: perché sembra sempre che tutto ciò che chiedo al mondo sia troppo? «Martina, non posso. Non posso saltare nemmeno un turno. Lo stipendio di questo mese serve per il gas e per la rata della casa…»
«Non puoi sempre mettere tutto sulle tue spalle da solo, Davide», dice lei, e poi resta in silenzio. Mi irrita quel silenzio, perché la verità è che non lo voglio nessuno intorno quando sono in difficoltà, e allo stesso tempo non sopporto l’idea di essere davvero solo.
Alle sei e mezza, quando l’alba comincia a colorare i marciapiedi, torno a casa sudato e con i muscoli che urlano dolore. Mia madre mi aspetta già pronta, borsa in mano, pronta anche lei per andare a fare le pulizie nella scuola in centro. «Hai studiato ieri sera?».
«Sì, mamma», ancora bugie. Non le dico che ieri sera sono crollato davanti a un libro aperto, che alcune formule iniziano a sembrarmi geroglifici. Ogni giorno la speranza e la paura si danno il cambio, come i miei turni senza fine.
La giornata prosegue tra appunti scarabocchiati su quaderni macchiati di caffè, corse in autobus, e lezioni seguite con la testa pesante. Ogni tanto il professore mi fa una domanda e io mi sento l’unico infiltrato in questa aula di ragazzi che non conoscono la stanchezza di un turno di notte, che non devono preoccuparsi se basta un imprevisto a mandare all’aria tutto. Eppure, so che sono fortunato. Tantissimi miei coetanei hanno lasciato l’università o sono scappati all’estero. Mio padre mi dice sempre: «Qua chi non ha conoscenze non va da nessuna parte». Ma io voglio credere che la fatica abbia senso, che si possa costruire qualcosa dal nulla.
A pranzo sono a casa, un piatto di pasta riscaldata, la tv accesa, mio padre che bofonchia: «Che ci vai a fare più all’università? Lavori già, magari ti mettono a turno fisso e ti fanno diventare caposquadra». Quella parola mi graffia: caposquadra. «Non sono fatto per questo, papà». Lui mi fissa con uno sguardo opaco: «Nessuno è fatto per niente. Si sopravvive».
La giornata continua. Studio, provo a concentrarmi, ma la stanchezza mi fa vedere doppio. Alle 18 mi richiama Martina: «Vieni da me, stasera. Almeno un’ora, dai». La verità è che ogni mio abbraccio diventa un luogo dove mettere via tutto il dolore. Lei mi ascolta, anche se non dice nulla, e la cosa che più mi manca della mia vita “normale” è la possibilità di essere fragile, una volta tanto.
Quando torno a casa, mia madre è già a letto. In soggiorno c’è mio padre, il volto seminascosto dal buio, la partita in sottofondo. «Domani sei di nuovo di notte?».
«Sì, papà». Lui annuisce, poi spegne la tv: «Non so se tutto sto sbatterti darà frutto, Davide. Non voglio vederti tornare a casa distrutto per niente». So che c’è preoccupazione, ma anche orgoglio in quelle parole non dette. Quando finalmente mi corico, sento la stanchezza arrivare come una carezza cattiva. Mi chiedo quanto ancora potrò reggere, se ci sia un limite a questa corsa tra lavoro e sogni.
Intanto il tempo scorre: a volte arrivo a fine mese senza nemmeno accorgermene, e mi sorprendo a pensare che forse la fatica è diventata la mia unica certezza. Un giorno raccolgo dalla spazzatura un vecchio libro di fisica, pieno di appunti di qualcun altro: lo porto a casa, ci trovo dentro una dedica che dice: “Non smettere mai di provarci”. Lo tengo sul comodino, come talismano contro il disincanto.
Poi una mattina, all’alba di primavera, succede qualcosa che non mi aspettavo: il professore di ingegneria mi chiama dopo lezione. “Davide, si vede che ti impegni. Vieni a darmi una mano a sistemare il laboratorio? Ho bisogno di qualcuno affidabile.” Quasi non ci credo ma dico subito di sì. Torno a casa come se avessi vinto la lotteria. Mia madre mi stringe, mio padre questa volta abbozza un sorriso. È poco, ma per noi è tutto.
Quello che ancora mi tormenta, però, è la paura di non essere mai abbastanza. Ogni notte, quando torno dal turno, guardo il soffitto e mi chiedo: “Ma davvero esiste una porta che ti fa uscire da tutto questo? O resterò per sempre sveglio alle tre, in equilibrio sottile tra la fatica e la speranza?”