Sola contro tutti: La mia battaglia per diventare madre – La storia di Anna
«Non è giusto! Non è giusto!». Una frase mi martella nella testa mentre la dottoressa mi guarda negli occhi, seria, con un velo di tristezza. «Anna, mi dispiace, la tua riserva ovarica è molto bassa. Dobbiamo essere realisti: le possibilità che tu possa avere un figlio in modo naturale sono quasi nulle.» Quel momento ha spezzato qualcosa dentro di me. Dovevo avere solo 36 anni, la vita davanti e invece, in una giornata di fine novembre a Padova, era come se qualcuno mi avesse messo davanti un muro altissimo.
Cammino a testa bassa sotto una pioggia fine, i pensieri mi soffocano. Mia madre mi aveva sempre detto che non si può avere tutto dalla vita, ma la maternità… quella era la mia unica certezza, il mio sogno segreto, la speranza contro ogni frustrazione d’amore, le relazioni sbagliate, i lavori insoddisfacenti. Vuole piangere, urlare, ma resto muta. Infine, arrivo a casa, poso la borsa e mi siedo sul divano. Squilla il telefono. È mia sorella, Francesca.
«Anna, come stai? Rispondi, per favore!»
Resto in silenzio, poi sussurro. «Non posso avere figli.»
Lei trattiene il fiato. «Hai sentito un altro parere? Magari sbagliano…»
Scuoto la testa, anche se lei non può vedermi. «Mi hanno detto che forse con la fecondazione assistita… Ma sono sola, Fra. Da sola.»
Lei sospira. «Non ti giudicherò mai, qualsiasi cosa deciderai di fare.»
Tutto il resto della sera passo a pensare, immersa nel silenzio della casa, interrotto solo dalle voci dei vicini di casa, qualche urlo di bambini, le solite liti di coppia che sento da dietro i muri. Che senso ha tutto questo? Sono davvero pronta a rinunciare al mio sogno?
I giorni passano e la solitudine mi schiaccia. Torno al lavoro nella scuola elementare dove insegno lettere. Una collega, Silvia, mi osserva con aria pietosa. «Sei un po’ giù, Anna. Problemi col tuo Marco?» Marco… ormai storia passata. Non rispondo, ma la sua domanda mi brucia addosso.
Il tempo passa, ma non guarisco. Alla pausa pranzo mia madre mi chiama.
«Vieni a casa per mangiare? Ho fatto il tuo risotto preferito.»
Accetto. Entrando in casa, sento l’odore di brodo, il calore accogliente della cucina, i ricordi delle risate con mio padre (che non c’è più da cinque anni). Mamma mi guarda, preoccupata.
«Mamma… Non potrò avere figli», le dico a bruciapelo. Lei si fa il segno della croce. «Non dire così, Anna… Io sono qui, prega, vedrai che il Signore ti aiuterà.»
«Non posso aspettare un miracolo.»
Le spiego della fecondazione assistita. Il suo sguardo cambia: dall’incredulità al giudizio, poi al dolore.
«Ma da sola, Anna? Come farai senza un marito? E cosa dirà la gente? E i parenti? Non potresti trovare prima un uomo degno di te?»
Sento crescere dentro di me una rabbia feroce. «Non posso aspettare di trovare un uomo solo per essere madre. Non ho tempo.»
Lei scuote la testa. «Sarebbe tutto più semplice…»
Nelle notti insonni faccio ricerche su internet, leggo forum di altre donne come me. Scopro gruppi Facebook dove le storie sono le più varie – c’è chi ce l’ha fatta, chi no, chi si è arresa. Io non voglio arrendermi. Prendo appuntamento in una clinica privata a Verona, la dottoressa Lucia Rizzi è famosa per essere una delle migliori. C’è attesa, una lista lunga mesi e spese enormi.
I soldi sono un altro ostacolo. Mando una mail alla banca per sapere se posso ottenere un prestito personale. Mi risponde un certo Signor Gambardella: «Gentile Signora Anna, in base al suo stipendio da insegnante è possibile accordarLe un piccolo prestito, ma attenzione alle rate.»
Fran giunge a casa con una torta al limone. «Hai già deciso?» La guardo: «Sì. Ci provo.» Nonostante tutto – la paura di fallire, i conti da pagare, il giudizio degli altri – decido di iniziare il percorso. Inizio gli esami, le analisi, la trafila di ormoni, prelievi, appuntamenti con psicologa e ginecologa.
A scuola, le colleghe parlano di figli e mariti, vacanze estive, i primi passi dei loro bambini. Io fingo sorrisi, ma sento di non appartenere più a loro. Angela, la bidella curiosa, mi ferma in corridoio:
«Ma Anna, è vero che vuoi fare un figlio da sola? Mio Dio, come si fa?»
Cerco di sorridere. «Con il coraggio, Angela. Con il coraggio.»
Non tutti sono così. La maestra Rita, senza figli, mi abbraccia: «Fai bene a provarci. Ti rispetto molto».
Nelle settimane successive tutta la mia vita sembra ruotare solo attorno a questa speranza. Ogni puntura, ogni ecografia, ogni esame è una corsa a ostacoli. La domenica, a messa, sento gli sguardi delle signore più anziane – giudicanti? Compassionevoli? Non lo so.
Il giorno del prelievo degli ovuli arriva. Nella sala d’aspetto si incontrano donne come me, tutte con la stessa tensione. Mariella, seduta di fianco, ha già due tentativi falliti.
«Perché lo facciamo?» mi chiede piangendo piano. «Perché continuiamo a illuderci?»
Le prendo la mano. «Perché non possiamo fare altro. Non possiamo arrenderci.»
Il momento della verità: la fecondazione. Passano i giorni, poi ricevo la chiamata: «Signora Anna, uno degli ovuli è stato fecondato. L’impianto sarà domani.»
Trascorro quella notte a chiacchierare con papà nella mia testa. «Vorrei che tu fossi qui, papà. Che mi dicessi che faccio bene, che sono forte.»
Passano due settimane. Non dormo, non mangio. Non tolgo mai dalla tasca quella piccola scatola di perle che era di mia nonna, una sorta di portafortuna. Il giorno del test di gravidanza mi tremano le mani.
Sono incinta.
Vorrei urlare al mondo la mia gioia, invece piango in silenzio, guardando dalla finestra i tetti di Padova, i colombi che si rincorrono sotto la pioggia. Voglio dirlo a tutti, ma ho paura. Chiamo solo mia sorella: «Fra, ce l’ho fatta.» Lei scoppia in lacrime.
Preparare tutto da sola è dura. Mia madre si rassegna, ma i parenti iniziano a fare domande scomode: «E il padre?», «Hai già pensato alle conseguenze?», «Che esempio darai al bambino?» Ogni cena di famiglia è una battaglia. A scuola, la preside mi convoca per dirmi che dovrò trovare un modo per coprire la maternità. «Sa, Anna, le madri single in Italia fanno più fatica.»
La pancia cresce, cresce anche la mia determinazione. Ogni ecografia è una piccola vittoria. Quando ascolto il battito del cuore del mio bambino, sento finalmente di appartenere a qualcosa di più grande. Ho paura ogni giorno – di non farcela, di sbagliare, del futuro, del peso di questo amore enorme che nessuno può capire salvo chi passa per dove sono passata io.
Ogni sera dico a mio figlio: «Sarai voluto, sarai amato. Avrai tutto il mio cuore». Ogni volta che qualcuno scuote la testa, mi dice che sono egoista oppure irresponsabile, mi ripeto che sto facendo la cosa giusta.
Alla nascita, quando finalmente stringo Lorenzo tra le braccia, mentre il sole filtra dalle finestre degli Ospedali Riuniti, tutto ha senso. Tutta la pena, la paura, la fatica. Piango lacrime che sanno di battaglia vinta.
La madre fa una foto, Francesca mi stringe la mano. Fuori, la realtà resta difficile. Essere madri single in Italia è una sfida quotidiana, tra asili troppo cari, giudizi della gente, notti di stanchezza. Ma ogni sorriso di Lorenzo è la mia rivincita.
A volte mi domando: cosa avrei fatto se non avessi avuto questo coraggio? Valeva la pena di andare avanti, anche quando tutti erano contro di me? Che cos’è davvero una famiglia, se non l’amore che scegliamo di dare, anche quando il mondo vorrebbe che restassimo nell’ombra?
E voi… fino a dove sareste disposti a lottare per il vostro sogno?