Attraverso l’Italia per il sogno di mio figlio: la mia promessa a Matteo

«Papà, tu ci credi che i sogni si avverano?» La voce di Matteo, flebile ma ancora carica di quella curiosità che lo aveva sempre contraddistinto, mi risuona nella testa come un’eco che non vuole andarsene. Era una sera di maggio, la finestra della sua stanza dava su un cortile silenzioso, e io cercavo di sorridergli mentre dentro di me sentivo solo gelo. «Certo che ci credo, amore mio. E tu?»

Matteo mi guardò con quegli occhi grandi, troppo grandi per un bambino di dodici anni che aveva già visto più ospedali che parchi giochi. «Io sì, papà. Ma tu devi promettermi che, se io non ci riesco, ci proverai tu per me.»

Non sapevo ancora che quella promessa sarebbe diventata la mia unica ragione di vita.

Quando Matteo se n’è andato, il mondo si è fermato. Mia moglie, Giulia, non parlava più. La casa era diventata un museo di silenzi e fotografie. Gli amici ci evitavano, come se la nostra tragedia fosse contagiosa. Solo la bicicletta di Matteo, appoggiata al muro del garage, sembrava aspettare ancora che qualcuno la portasse fuori.

Il suo sogno era semplice e folle insieme: attraversare tutta l’Italia in bicicletta, da Palermo a Milano, per vedere il mare e le montagne, le città e i paesini, per sentire la libertà sulla pelle. «Voglio vedere l’Italia tutta, papà. Voglio sentire il vento che cambia da sud a nord.»

Così, una mattina di settembre, ho deciso che avrei mantenuto la promessa. Ho preso la sua bicicletta – troppo piccola per me, ma simbolica – e l’ho caricata sul treno fino a Palermo. Da lì, sarei partito. Mia madre mi ha guardato come si guarda un pazzo. «Lorenzo, ma che fai? Non hai più vent’anni! E Giulia? E il lavoro?»

«Mamma, non posso restare qui. Devo farlo per Matteo. E forse anche per me.»

Giulia non mi ha salutato. Ha chiuso la porta della camera e non l’ha più riaperta. Ho sentito il suo pianto soffocato, ma non sono riuscito a entrare. Forse aveva ragione lei: forse stavo solo scappando dal dolore. Ma non potevo restare fermo.

Il primo giorno a Palermo è stato un pugno nello stomaco. Il sole era ancora caldo, la città rumorosa, e io pedalavo con le gambe che tremavano. Ogni chilometro era una lotta contro la voglia di mollare tutto. Ma poi sentivo la voce di Matteo: «Dai, papà, non ti fermare adesso!»

A Caltanissetta, una vecchia signora mi ha fermato vedendomi piangere su una panchina. «Figlio mio, che ti succede?»

Non sapevo cosa rispondere. Ho solo tirato fuori una foto di Matteo. Lei l’ha guardata, poi mi ha preso la mano. «I figli non ci lasciano mai davvero. Sono il vento che ci spinge avanti.»

Ho dormito in ostelli, in case di amici di amici, a volte all’aperto. Ogni sera scrivevo una lettera a Matteo, come se potesse leggerla. Gli raccontavo delle strade dissestate della Calabria, del profumo del pane a Matera, delle risate dei bambini a Napoli. Ogni incontro era un pezzo d’Italia che avrei voluto mostrargli.

A Roma ho incontrato mio fratello, Marco. Non ci parlavamo da anni, dopo una lite per una sciocchezza. Mi ha abbracciato forte, senza dire una parola. «Sei un pazzo, Lorenzo. Ma sono fiero di te.» Abbiamo camminato tutta la notte per le vie del centro, ricordando quando da piccoli sognavamo di scappare insieme in bicicletta. «Matteo sarebbe stato felice di vedere il suo papà così testardo.»

Il viaggio è diventato sempre più difficile. Le gambe erano pesanti, il cuore ancora di più. A Firenze ho chiamato Giulia. «Sto arrivando a Milano. Vuoi venire a incontrarmi?»

Silenzio. Poi la sua voce, rotta: «Non so se ce la faccio, Lorenzo. Ho paura di non riconoscerti più. Ho paura di non riconoscere nemmeno me stessa.»

«Nemmeno io mi riconosco più, Giulia. Ma forse è proprio questo il senso. Forse dobbiamo imparare a conoscerci di nuovo, senza Matteo.»

A Bologna ho forato una ruota. Un ragazzo, Andrea, mi ha aiutato a ripararla. «Perché lo fai?» mi ha chiesto, mentre stringeva il bullone.

Gli ho raccontato la storia di Matteo. Lui ha sorriso, poi mi ha detto: «Anch’io ho perso mio padre da piccolo. Ma ogni volta che faccio qualcosa di difficile, penso che lui mi guardi da qualche parte. Forse è così anche per te.»

A Piacenza ho dormito in una piccola pensione gestita da una coppia anziana. La signora mi ha preparato una cena calda e mi ha ascoltato parlare di Matteo. «La perdita di un figlio è una ferita che non si chiude mai. Ma tu stai seminando il suo sogno per tutta l’Italia.»

L’ultimo tratto verso Milano è stato il più duro. Pioveva, il vento mi spingeva indietro, e io sentivo che le forze mi stavano abbandonando. Ma poi, all’improvviso, ho visto il cartello: Milano. Ho urlato, ho pianto, ho riso. Ho sentito Matteo accanto a me, come se pedalasse insieme a me.

Sono arrivato in Piazza Duomo all’alba. C’era poca gente, il cielo era ancora grigio. Ho tirato fuori la foto di Matteo e l’ho appoggiata sulla sella della sua bicicletta. «Ce l’abbiamo fatta, amore mio. Abbiamo visto l’Italia insieme.»

Mi sono seduto sui gradini, esausto. Ho chiamato Giulia. «Sono qui. Ti aspetto.»

Dopo un’ora, l’ho vista arrivare. Era pallida, gli occhi gonfi di lacrime. Si è seduta accanto a me, senza parlare. Abbiamo guardato insieme la foto di Matteo, e per la prima volta dopo mesi ho sentito che forse, un giorno, avremmo potuto ricominciare a vivere.

Adesso mi chiedo: quanti di noi hanno promesse non mantenute, sogni lasciati a metà? E se bastasse solo un passo, o una pedalata, per ritrovare noi stessi e chi abbiamo perso?