Ogni giorno cucino per Damiano: Ma quando basta davvero?
«Susanna, hai preparato qualcosa di fresco per pranzo?» La voce di Damiano mi raggiunge dal corridoio, mentre sto ancora infilando la giacca per uscire di casa. Sono le sei e mezza del mattino, fuori è ancora buio, e io ho già le mani che odorano di cipolla e basilico. «Sì, Damiano, ho fatto la pasta al forno. Ma se vuoi, posso preparare anche una frittata veloce prima che tu esca.»
Damiano sospira, come se la mia proposta fosse una fatica anche solo da ascoltare. «No, la pasta al forno va bene, ma domani magari qualcosa di più leggero. E ricordati che non mi piace riscaldato.»
Annuisco, anche se lui non mi vede. È sempre così: ogni giorno, ogni pasto, ogni richiesta. Da quando ci siamo sposati, ormai dieci anni fa, la cucina è diventata la mia prigione dorata. All’inizio mi sembrava quasi romantico: cucinare per lui, vedere il suo sorriso soddisfatto dopo un buon piatto di lasagne o una parmigiana fatta come la faceva mia madre. Ma ora, ogni ricetta è una catena che mi stringe sempre di più.
Mentre cammino verso la fermata dell’autobus, il freddo di gennaio mi punge il viso e mi fa sentire ancora più stanca. Penso a mia madre, che mi diceva sempre: «Susanna, una donna deve saper tenere insieme la casa.» Ma io, a volte, vorrei solo poter tornare a casa e trovare la cena già pronta, o magari ordinare una pizza senza sentirmi in colpa.
Al lavoro, le mie colleghe parlano di viaggi, di corsi di yoga, di libri letti la sera prima. Io sorrido, annuisco, ma dentro sento solo il peso delle cose da fare: la spesa, il menù per domani, il bucato da stendere. «Susanna, ma tu come fai a essere sempre così organizzata?» mi chiede Laura, la mia collega più giovane. «Non lo so, Laura. Forse non lo sono affatto», rispondo, e lei ride, pensando che sia una battuta.
Torno a casa di corsa, come ogni giorno. Damiano arriva alle sette e mezza, e tutto deve essere perfetto. Appena entro, mi tolgo il cappotto e corro in cucina. Apro il frigorifero: zucchine, uova, un po’ di ricotta. Decido di preparare una torta salata, sperando che almeno questa volta non abbia nulla da ridire. Mentre impasto, sento la porta che si apre. «Susanna, sono a casa!»
«Arrivo subito, Damiano!»
Lui si siede a tavola, accende la televisione e inizia a sfogliare il giornale. Io servo la cena, cercando di mascherare la stanchezza con un sorriso. «Hai avuto una giornata pesante?» gli chiedo, sperando in una parola gentile.
«Solita routine. Almeno qui si mangia bene», risponde, senza alzare lo sguardo.
Mangiamo in silenzio. Ogni tanto lui commenta il telegiornale, io annuisco. Quando finisce, si alza, lascia il piatto nel lavandino e va in salotto. Io resto lì, a pulire, a sistemare, a pensare. Mi siedo un attimo, guardo le mie mani screpolate e mi chiedo: «Ma quando è successo che la mia vita è diventata solo questo?»
La notte non dormo. Sento il respiro pesante di Damiano accanto a me, e nella mia testa si affollano pensieri. Ricordo i sogni che avevo da ragazza: volevo insegnare, viaggiare, magari aprire una piccola libreria. Ora, invece, la mia giornata ruota attorno a una lista della spesa.
Un sabato mattina, mentre sto preparando il ragù, sento il telefono vibrare. È mia sorella, Chiara. «Susanna, perché non vieni da me oggi pomeriggio? Facciamo una passeggiata, solo noi due.»
Esito. Damiano non ama che io esca senza avergli preparato tutto. Ma Chiara insiste. «Dai, Susanna, ti fa bene. Non puoi sempre pensare agli altri.»
Così, per la prima volta dopo mesi, decido di pensare a me stessa. Lascio un biglietto a Damiano: “Il pranzo è in forno, torno nel pomeriggio.”
Quando arrivo da Chiara, mi abbraccia forte. «Sei pallida, Susanna. Cosa succede?»
Scoppio a piangere. Le racconto tutto: la stanchezza, la solitudine, la sensazione di essere invisibile. Lei mi ascolta, mi stringe la mano. «Non puoi andare avanti così. Devi parlare con Damiano, fargli capire come ti senti.»
Torno a casa con il cuore pesante ma anche con una nuova determinazione. Quella sera, dopo cena, mi siedo accanto a Damiano. «Damiano, dobbiamo parlare.»
Lui mi guarda, sorpreso. «Che succede?»
«Sono stanca, Damiano. Non posso più fare tutto da sola. Ogni giorno cucino, pulisco, corro per non deluderti. Ma io dove sono, in tutto questo?»
Damiano resta in silenzio. Poi, quasi infastidito, dice: «Ma io non ti ho mai chiesto di fare tutto questo. Sei tu che vuoi che sia tutto perfetto.»
Sento la rabbia salire. «No, Damiano. Io lo faccio perché tu lo pretendi, anche se non lo dici. Perché ogni volta che qualcosa non va, lo fai pesare. E io non ce la faccio più.»
Lui si alza, va in cucina, poi torna. «Se vuoi, posso aiutare. Ma non capisco perché ti lamenti ora.»
Mi sento ancora più sola. Forse non capirà mai. Forse sono io che devo cambiare, che devo imparare a dire di no, a pensare a me stessa. Quella notte, mentre Damiano dorme, io guardo il soffitto e mi chiedo: «Quando ho smesso di essere Susanna e sono diventata solo la moglie di Damiano?»
I giorni passano, e io inizio a cambiare piccole cose. Una sera, invece di cucinare, porto a casa due pizze. Damiano mi guarda male, ma non dice nulla. Un’altra volta, esco con Chiara senza lasciare tutto pronto. Mi sento in colpa, ma anche libera.
Un pomeriggio, mentre sono al mercato, incontro la signora Teresa, la mia vicina. «Susanna, sembri diversa. Hai cambiato qualcosa?»
Sorrido. «Sto solo cercando di ricordarmi chi sono.»
Lei mi stringe la mano. «Brava. Non dimenticarti mai di te stessa.»
Quella sera, mentre preparo una semplice insalata, guardo Damiano e gli dico: «Da oggi, cucinerò quando ne avrò voglia. E qualche volta, toccherà anche a te.»
Lui mi guarda, sorpreso, ma non protesta. Forse ha capito. O forse no. Ma io, finalmente, sento di aver ritrovato un pezzo di me stessa.
Mi chiedo: quante donne in Italia vivono la mia stessa storia, ogni giorno, senza mai trovare il coraggio di dire basta? E voi, cosa fareste al mio posto?