Il decimo figlio: Sotto lo stesso tetto, sotto gli stessi sogni

«Mamma, ma se anche stavolta è una femmina, papà si arrabbia?»

La voce di Chiara, la mia terza figlia, mi raggiunge mentre sto cercando di mettere ordine tra le montagne di panni stesi in salotto. Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo improvviso. Mi fermo, il lenzuolo ancora tra le mani, e sento il cuore stringersi. Non so cosa rispondere. Non so più nemmeno cosa penso io stessa.

«Non dire sciocchezze, amore,» sussurro, ma la mia voce trema. Chiara mi guarda con quegli occhi grandi, pieni di domande che non so più come zittire.

Sono Mirella, ho trentanove anni e vivo a Napoli, in un appartamento troppo piccolo per la nostra famiglia. Nove figlie. Nove. Ogni volta che lo dico ad alta voce mi sembra di sentire l’eco delle risate e dei sussurri delle vicine: «Ancora incinta? Ma quanti figli vuole fare quella?»

Edoardo, mio marito, lavora al porto. Torna a casa stanco, spesso silenzioso. Ultimamente parla poco anche con me. Sento la distanza crescere tra noi come una crepa che si allarga ogni giorno di più. Lui non lo dice, ma so che spera in un maschio. Lo vedo nei suoi occhi quando pensa che non lo guardo, lo sento nei sospiri pesanti la sera, quando le bambine dormono e restiamo soli in cucina.

«Mire’, ma davvero vuoi continuare così? Non ti bastano nove figlie?»

Mia madre me lo ripete ogni volta che viene a trovarci. Lei abita due piani sopra di noi e non perde occasione per criticare le mie scelte. «Ai miei tempi si facevano figli, sì, ma almeno uno maschio arrivava sempre!»

Le sue parole mi feriscono più di quanto vorrei ammettere. Mi sento giudicata da tutti: dai parenti, dalle amiche d’infanzia che ora hanno carriere e case ordinate, dalle commesse del supermercato che mi guardano con compassione quando mi vedono arrivare con la mia “squadra” di bambine.

La sera, quando la casa finalmente si placa e le luci si abbassano, resto sola con i miei pensieri. Mi chiedo se sto sbagliando tutto. Se davvero sto deludendo Edoardo. Se le mie figlie cresceranno sentendosi sempre “di troppo” solo perché non sono maschi.

Un giorno Edoardo torna prima dal lavoro. Ha lo sguardo cupo, le mani sporche di grasso.

«Mirella, dobbiamo parlare.»

Mi siedo accanto a lui al tavolo della cucina. Le bambine sono tutte fuori a giocare nel cortile condominiale.

«Se anche stavolta è una femmina…» comincia lui, poi si interrompe. «Non ce la faccio più a sentire la gente parlare.»

Mi sento gelare. «E tu? Tu cosa vuoi davvero?»

Lui abbassa lo sguardo. «Voglio solo che qualcuno porti avanti il mio nome.»

Le sue parole mi fanno male come una pugnalata. E io? Io non conto niente? Le nostre figlie non valgono abbastanza?

Quella notte non dormo. Sento il peso del bambino che cresce dentro di me e mi domando se sarà mai abbastanza per Edoardo, per mia madre, per tutti quelli che aspettano solo di vedere se questa volta “ce l’abbiamo fatta”.

I giorni passano lenti. Le visite dal ginecologo diventano il mio unico momento di respiro. La dottoressa Russo è l’unica che non mi giudica.

«Mirella, come ti senti?»

«Stanca,» rispondo sincera. «E spaventata.»

Lei mi sorride con dolcezza. «Non sei sola.»

Ma io mi sento sola come non mai.

Un pomeriggio piovoso, mentre aiuto le bambine con i compiti, sento bussare forte alla porta. È mia sorella Lucia, con il viso tirato e gli occhi lucidi.

«Mamma ha avuto un malore,» dice senza preamboli.

Corro da lei senza pensare al pancione né alla pioggia battente. In ospedale trovo mia madre pallida ma viva. Mi stringe la mano e per la prima volta vedo nei suoi occhi qualcosa che somiglia alla paura.

«Non lasciare mai sole le tue figlie,» mi sussurra piano. «Non fare come ho fatto io.»

Quelle parole mi restano dentro come un seme che germoglia piano.

Nei giorni successivi qualcosa cambia in me. Comincio a guardare le mie figlie con occhi diversi: vedo la loro forza, la loro allegria contagiosa anche quando manca tutto il resto. Vedo Chiara che consola la piccola Giulia dopo una caduta; vedo Martina che aiuta la nonna a camminare nel corridoio dell’ospedale; vedo Francesca che sogna di diventare medico per aiutare gli altri.

Edoardo però resta distante. Una sera lo trovo seduto sul balcone a fumare in silenzio.

«Non ti bastiamo mai?» gli chiedo con voce rotta.

Lui scuote la testa. «Non è colpa tua… È che qui tutti si aspettano qualcosa da me.»

Mi avvicino e gli prendo la mano. «E se invece cominciassimo ad aspettarci qualcosa solo da noi stessi?»

Per la prima volta dopo mesi lo vedo piangere.

Arriva il giorno dell’ecografia decisiva. Edoardo vuole venire con me ma all’ultimo momento si tira indietro: «Non ce la faccio.» Entro nello studio della dottoressa Russo da sola, con il cuore in gola.

Il monitor si illumina e la dottoressa sorride: «Vuoi sapere il sesso?»

Annuisco senza fiato.

«È una femmina.»

Mi scendono le lacrime sulle guance ma non sono di delusione: sono di liberazione. Perché in quel momento capisco che non importa cosa dirà Edoardo, cosa penseranno gli altri o cosa sogna mia madre: questa bambina è già amata.

Quando torno a casa trovo Edoardo seduto sul divano con tutte le nostre figlie intorno. Mi guarda negli occhi e capisce subito.

«Anche questa volta una principessa,» dico piano.

Lui si alza e mi abbraccia forte davanti a tutte.

«Allora saremo dieci donne contro il mondo,» sussurra tra i capelli.

Le bambine ridono e saltano intorno a noi. Mia madre ci guarda dalla porta con un sorriso stanco ma vero.

Quella sera ceniamo tutti insieme sotto lo stesso tetto, sotto gli stessi sogni.

E ora mi chiedo: quanto tempo ci vorrà prima che impariamo ad amare quello che abbiamo invece di rincorrere quello che ci manca? E voi… avete mai avuto paura di non essere abbastanza?