La fame di Caterina: una storia di infanzia e silenzi a Torino
«Mamma, perché Caterina viene sempre a chiedere il pane?» La mia voce tremava, mentre osservavo la porta socchiusa del nostro appartamento al terzo piano di via Nizza. Era una sera d’inverno del 1997, e il profumo del minestrone si mescolava all’odore umido delle scale. Mia madre sospirò, abbassando lo sguardo sui suoi polsi magri. «Perché a casa sua non c’è niente da mangiare, amore.»
Avevo otto anni e la fame di Caterina era diventata la mia ossessione. Ogni giorno, verso le sei, sentivo i suoi passi leggeri sul pianerottolo. Bussava piano, quasi vergognandosi. «Signora Lucia… avete un po’ di pane?» Mia madre le porgeva una fetta, a volte con un po’ di marmellata se c’era. Caterina la stringeva tra le mani sporche e correva via senza dire altro.
Non capivo perché nessuno facesse nulla. Il padre di Caterina, il signor Giulio, era un uomo alto e trasandato, con gli occhi rossi e la voce roca. Lo vedevo spesso seduto sui gradini dell’ingresso, una bottiglia di vino sfuso tra le gambe. Una volta lo sentii urlare contro Caterina: «Smettila di piagnucolare! Non sono mica tua madre!» Lei non rispondeva mai. Solo abbassava la testa e si stringeva nelle spalle ossute.
Una sera, mentre aiutavo mia madre a lavare i piatti, sentimmo un tonfo provenire dal piano di sopra. Poi il pianto soffocato di Caterina. Mia madre lasciò cadere la spugna e corse fuori. Io la seguii in punta di piedi. Sul pianerottolo trovammo Caterina rannicchiata contro il muro, con una guancia arrossata. Mia madre la prese tra le braccia e la portò in casa nostra. «Non ti preoccupare, piccola. Qui sei al sicuro.»
Quella notte Caterina dormì sul nostro divano, avvolta in una coperta ruvida. Io la guardavo respirare piano, come se avesse paura anche nel sonno. Al mattino, mia madre preparò il latte caldo e le diede una fetta di torta avanzata. «Grazie,» sussurrò Caterina, senza mai alzare gli occhi.
Il giorno dopo arrivò il signor Giulio, barcollando nel corridoio. Bussò forte alla nostra porta. «Dov’è mia figlia? Non avete il diritto di portarmela via!» Mia madre si fece coraggio: «Giulio, tua figlia aveva bisogno di aiuto. Non puoi lasciarla sola così.» Lui la guardò con odio e disprezzo. «Fatevi i fatti vostri!»
Da quel giorno, il clima nel palazzo cambiò. Alcuni vicini iniziarono a lamentarsi: «Non è giusto che quella bambina venga sempre qui a chiedere l’elemosina.» Altri facevano finta di non vedere. Solo la signora Teresa del primo piano ogni tanto lasciava una mela o una fetta di formaggio sulla finestra delle scale.
Io mi sentivo impotente. Volevo aiutare Caterina, ma non sapevo come. Una volta provai a invitarla a giocare con me in cortile. Lei accettò timidamente, ma dopo pochi minuti suo padre la chiamò urlando dalla finestra: «Torna subito a casa!» Caterina corse via senza salutarmi.
Passarono i mesi. L’inverno lasciò spazio a una primavera timida e grigia. Un pomeriggio trovai Caterina seduta sulle scale con le ginocchia graffiate e i capelli arruffati. Mi avvicinai piano. «Vuoi venire a vedere i miei disegni?» Lei mi guardò con occhi enormi e tristi. «Non posso… Papà si arrabbia.» Mi sedetti accanto a lei in silenzio.
Un giorno arrivarono i servizi sociali. Due donne vestite di scuro salirono le scale insieme a un uomo con una cartella piena di documenti. Bussarono alla porta del signor Giulio. Sentii urla soffocate, poi il pianto disperato di Caterina. Mia madre mi prese per mano e mi disse di non uscire.
Quando tutto finì, vidi Caterina scendere le scale tra le braccia della donna più giovane. Mi guardò per un attimo, poi abbassò lo sguardo. Non la rividi mai più.
Per settimane il palazzo fu avvolto da un silenzio pesante. Nessuno parlava più della bambina affamata né del padre ubriaco che ora passava le giornate seduto da solo sul marciapiede.
Gli anni passarono e io crebbi con quella domanda che ancora oggi mi tormenta: abbiamo fatto abbastanza per Caterina? O ci siamo limitati a darle un pezzo di pane, senza mai davvero cambiare il suo destino?
A volte ripenso ai suoi occhi grandi e silenziosi e mi chiedo: quante Caterine ci sono ancora oggi nei nostri palazzi? E noi… cosa facciamo davvero per loro?