Per anni ho fatto da serva gratis a mio marito, a mia suocera e a mia cognata. Il giorno in cui ho detto “basta” e ho trovato lavoro, in casa è cambiato tutto
“Quindi adesso dovremmo pure organizzarci da soli per il pranzo?”. È stata questa la frase. Detta da mia suocera, in cucina, un martedì mattina qualsiasi, come se fosse la cosa più normale del mondo. E io lì, con la borsa in mano, pronta ad andare a un colloquio in un negozio di abbigliamento al centro commerciale, mi sono sentita trattata come una colf che stava chiedendo un favore, non come una persona della famiglia.
Le ho risposto male, non lo nego. Ho detto: “Sì, esatto, come fanno milioni di adulti ogni giorno”. Mio marito era in salotto e ha fatto finta di non sentire. Questa cosa mi ha fatto ancora più rabbia della frase in sé.
Io in quella casa ci vivo da nove anni. All’inizio doveva essere una sistemazione provvisoria, “giusto il tempo di mettere da parte qualcosa e chiedere un mutuo”. Invece il tempo è passato, sono arrivati problemi, stipendi bassi, un finanziamento per la macchina, poi mia suocera che ha iniziato ad avere bisogno di una mano dopo un’operazione all’anca, e siamo rimasti lì. Casa grande, su due piani, in provincia, intestata a lei.
Quando mi sono sposata lavoravo in una pasticceria. Non guadagnavo tanto, però uscivo, avevo i miei soldi, le mie colleghe, la mia routine. Poi mia cognata si è separata ed è tornata spesso a casa con i bambini. Mia suocera non ce la faceva a stare dietro a tutto e mio marito mi ha detto: “Solo per un periodo, se lasci il lavoro ci sistemiamo meglio tutti”.
Quel “periodo” è durato anni.
All’inizio l’ho accettato anch’io. Mi dicevo che era famiglia, che era un momento delicato, che poi sarei ripartita. Però intanto facevo la spesa, cucinavo per sei o sette persone, pulivo, accompagnavo mia suocera alle visite in ASL, ritiravo ricette dal medico di base, stavo dietro ai bambini di mia cognata quando lei diceva che aveva da fare, anche se a volte semplicemente usciva. E ogni volta che provavo a dire che ero stanca, la risposta era sempre: “Ma tu almeno sei a casa”.
A forza di sentirmelo dire, ci ho creduto pure io. Come se stare a casa volesse dire non fare niente.
La verità è che io però ho sbagliato a non mettere limiti da subito. Ho fatto troppo, senza chiedere niente. Nemmeno i soldi. Mio marito pagava alcune spese, certo, ma io non avevo un euro mio. Se volevo comprarmi una crema o andare dal parrucchiere, mi pesava perfino chiederlo. E invece di parlarne seriamente, ingoiavo e poi diventavo acida per tutto.
Negli ultimi mesi stavo proprio male. Mi svegliavo con l’ansia. Mi dava fastidio sentire i passi di mia cognata sulle scale perché sapevo che mi avrebbe chiesto qualcosa. “Puoi tenere i bambini un’oretta?”. Un’oretta diventavano tre. “Puoi preparare anche per noi che facciamo tardi?”. E se una volta dicevo no, partivano i musi.
Con mio marito litigavamo sempre per la stessa cosa.
Gli dicevo: “Io non ce la faccio più, non sono la domestica di tua madre e di tua sorella”.
E lui: “Stai esagerando, nessuno ti obbliga”.
Al che io sbottavo: “Ah no? Se lascio da fare, per giorni mi guardano come se fossi una egoista”.
E lui: “Basta fregartene”.
Facile da dire quando la mattina esci e la sera rientri.
Il punto è che anche lui si era abituato. Tornava dal lavoro e trovava cena pronta, camicie lavate, madre tranquilla, sorella aiutata. Per lui era tutto comodo. Non cattiveria pura, secondo me. Più una specie di abitudine egoista, che comunque fa male lo stesso.
Io però non ero stata sincera fino in fondo nemmeno con lui. Da qualche mese mandavo curriculum di nascosto. Non glielo dicevo perché temevo la solita discussione, i “e tua suocera?”, “e in casa chi ci pensa?”, “e poi quanto prendi?”. Quando mi hanno chiamata per un colloquio, ho detto che andavo in centro per delle commissioni.
Quella mattina mia suocera ha capito che non stavo andando in posta o al supermercato. Mi ha chiesto: “Dove vai vestita così?”. Io ho risposto la verità. E lì è uscita quella frase sul pranzo.
Poi si è inserita mia cognata, che era passata a lasciare i bambini prima di andare a lavorare in uno studio estetico. Ha detto: “Potevi almeno avvisare, io oggi contavo su di te”.
Io l’ho guardata e ho detto: “È proprio questo il problema. Tutti contano su di me, tranne me stessa”.
Silenzio totale.
Mio marito alla fine è intervenuto, ma non come speravo. Ha detto: “Non era questo il modo”. E io lì ho perso la pazienza: “Il modo? Sono anni che provo con tutti i modi”.
Sono uscita piangendo e sono andata al colloquio lo stesso. Mi tremavano le mani. Pensavo di aver fatto una figuraccia. Invece dopo una settimana mi hanno presa, part-time, contratto iniziale di sei mesi. Non è il lavoro dei sogni, ma quando ho firmato mi sono sentita respirare.
A casa però è iniziata un’altra fase, fredda. Nessuno mi ha detto apertamente di non lavorare. Però sono partite le frecciatine.
“Beata te che vai a farti il giretto”.
“Da quando lavori non si mangia più come prima”.
“I bambini ormai non sanno più a chi lasciarli”.
Una sera ho detto a mio marito: “Tu da che parte stai?”.
E lui, stanco morto: “Non è una guerra, ma hai cambiato gli equilibri da un giorno all’altro”.
Gli ho risposto: “Gli equilibri per chi? Per me erano pesi”.
Lì però è venuta fuori una cosa che mi ha fatto vacillare. Lui mi ha detto: “Tu parli come se ti avessimo sfruttata e basta, ma quando tuo padre è stato male e andavi ogni giorno in ospedale, qui ha retto tutto mia madre. E quando non avevamo soldi per l’anticipo dell’auto, li ha messi lei. E l’affitto non l’hai mai pagato”.
Non è che non lo sapessi. Lo sapevo. Ma sentirlo così mi ha fatto capire che anche io, dentro di me, avevo raccontato la storia in modo un po’ comodo. Come se io avessi solo dato e loro solo preso. Non è vero fino in fondo.
Il problema, secondo me, è che un aiuto dato anni fa è diventato un debito senza scadenza. E io quel debito l’ho ripagato con il mio tempo, con il mio lavoro, con pezzi di vita che non tornano più. Solo che nessuno si è mai seduto a parlarne davvero.
Adesso lavoro da quattro mesi. Mi organizzo, faccio comunque la mia parte in casa, ma non corro più per tutto e per tutti. Mia suocera mi parla il giusto. Mia cognata si è arrangiata con un doposcuola e una vicina, quindi evidentemente una soluzione c’era. Mio marito è ancora nel mezzo. A volte mi sostiene, a volte mi fa pesare il clima che si è creato.
Io non voglio passare per vittima, perché anch’io ho permesso certe cose troppo a lungo e ho accumulato rancore senza parlare chiaro. Però non voglio neanche tornare indietro.
Forse il vero problema è che quando in una famiglia inizi a mettere confini dopo anni, sembri tu quella cattiva.
Secondo voi ho sbagliato nei modi e nei tempi, o era l’unico modo per smettere di sparire dentro quella casa?