“Quando mia madre mi ha detto: ‘Tanto tu sei sola, puoi occupartene tu’, ho capito che in casa mia non mi vedeva più nessuno”
“Ma quindi da lunedì vai tu da papà anche la mattina, no? Tanto il tuo lavoro lo fai da casa.”
Mia sorella l’ha detto mentre sparecchiavamo, come se stesse chiedendo di comprare il pane. Io ho lasciato il piatto nel lavello e ho risposto: “No, aspetta. Io non ce la faccio più così.”
Silenzio. Poi mia madre: “Non fare tragedie. Tuo fratello ha i turni, tua sorella ha i bambini, tu almeno sei più libera.”
Più libera. È stata quella frase lì che mi ha fatto male più di tutto.
Da gennaio mio padre ha avuto un peggioramento dopo una caduta in casa. Niente di clamoroso, per fortuna, però da allora non guida più, si confonde con le medicine, e non si può lasciare da solo tutta la giornata. All’inizio ci siamo organizzati tra noi. Io facevo la spesa all’Eurospin, passavo in farmacia, lo portavo alle visite al CUP, gli controllavo il conto perché una volta aveva pagato due volte la stessa bolletta. Le solite cose, insomma.
Il problema è che piano piano le “solite cose” sono diventate tutto. Telefonate con il medico di base, ricette dematerializzate, pannoloni da prendere in sanitaria, la pratica per l’invalidità da seguire al CAF, la badante trovata e poi andata via dopo due settimane perché mio padre “in casa sua non vuole estranei”. E ogni volta la frase era sempre quella: “Vabbè, intanto ci sei tu.”
Io in effetti c’ero. Troppo. Lavoro in amministrazione per una piccola ditta di serramenti, tre giorni da casa e due in ufficio. Sulla carta sembrava la situazione ideale. Nella realtà facevo call con il commercialista dal parcheggio dell’ospedale, rispondevo alle mail dalla sala d’attesa, saltavo la pausa pranzo per accompagnare mio padre a fare gli esami. Una volta mi sono pure dimenticata di inviare un F24 nei tempi e il mio titolare mi ha detto, senza alzare la voce ma chiarissimo: “Capisco la situazione, ma così non puoi andare avanti.” Aveva ragione lui. Solo che io continuavo.
Continuavo anche perché per anni sono stata quella “meno complicata” della famiglia. Non ho figli, vivo da sola in affitto, dopo la separazione mi sono rimessa in piedi piano piano e forse per dimostrare che stavo bene ho iniziato a dire sempre sì. “Passo io.” “Ci penso io.” “Non vi preoccupate.” Alla fine ci hanno creduto tutti, pure io.
La cosa brutta è che non è che gli altri non facessero nulla. Mio fratello pagava parecchie spese senza parlarne troppo. Mia sorella portava spesso da mangiare già pronto e il sabato si fermava da mia madre a fare pulizie grosse. Però tutta la parte che ti consuma la testa restava a me. Essere quella che sa dove sono i documenti, chiama l’INPS, risponde ai messaggi della fisioterapista, si sente dire da mio padre cinque volte al giorno “Ma oggi chi viene?”
E io non l’ho mai detto chiaramente che stavo scoppiando. Questo devo ammetterlo. Facevo la martire in silenzio e poi mi arrabbiavo perché nessuno mi leggeva nel pensiero.
Due settimane fa ho avuto la febbre alta. Non una cosa grave, ma stavo davvero male. Ho scritto nel gruppo di famiglia: “Oggi non riesco ad andare, dovete organizzarvi voi.” Mia sorella ha risposto dopo un’ora: “Io sono al corso di nuoto del piccolo.” Mio fratello: “Sono in turno fino alle 20.” Mia madre mi ha chiamata piangendo: “E adesso cosa faccio?”
Ci sono andata lo stesso.
Quando sono arrivata, mio padre era seduto in cucina con il giubbotto addosso perché aveva freddo e mia madre nervosa perché non trovava il bancomat. Ho preparato da mangiare, chiamato il medico, sistemato le pastiglie per la sera. A un certo punto mi sono seduta e mi è venuto da piangere. Mio padre mi ha guardata e ha detto: “Non devi sempre venire tu.”
Sembra una frase normale, ma detta da lui mi ha spiazzata. Ho risposto quasi male: “E allora dillo agli altri.” E lui, piano: “Gli altri li hai abituati tu. Se corri sempre, pensano che per te sia facile.”
Mi ha fatto arrabbiare ancora di più perché era vero.
La sera dopo siamo stati tutti a cena da mia madre e lì è uscita la famosa frase del “tanto tu sei sola”. Io ho detto: “Sola non vuol dire disponibile. E da mesi sto rimettendoci il lavoro, i soldi e pure la salute.” Mia sorella si è offesa subito: “Ah certo, come se noi ce ne fregassimo.” Mio fratello ha detto: “Se vuoi facciamo a turno, ma poi non lamentarti se le cose non vengono fatte come dici tu.” E lì mi sono sentita colpita, perché anche questa era vera.
Perché io, nel tempo, sono diventata pure controllante. Se mia sorella prenotava una visita in un posto che a me non convinceva, la cambiavo. Se mio fratello comprava qualcosa per casa, dicevo che aveva speso troppo. Mi lamentavo di essere sola ma facevo fatica a mollare davvero.
Alla fine è venuto fuori anche un altro pezzo. Mia madre da mesi dà per scontato che, quando la situazione peggiorerà, sarò io a trasferirmi da loro “temporaneamente”. L’aveva già detto persino a una vicina. Io non ne sapevo niente. Quando l’ho sentito mi è mancata l’aria. Ho detto: “Io non lascio la mia casa. Già adesso non vivo più.” E mia madre, secca: “Ma una figlia cosa deve fare?”
Le ho risposto una cosa brutta, lo so. Le ho detto: “La figlia, non la serva.” Appena l’ho detto me ne sono pentita, perché mia madre è stanca davvero, dorme poco, ha paura e probabilmente si aggrappa a me perché sono quella che risponde sempre. Però in quel momento mi sono sentita non amata, usata. Come se il mio valore fosse solo nel tappare i buchi.
Da allora abbiamo fatto una specie di tregua. Mio fratello si occuperà di due pomeriggi fissi e delle pratiche economiche. Mia sorella delle visite e dei pasti per alcuni giorni. Io continuerò a fare la mia parte, ma non tutti i giorni e non più da unica referente. Stiamo anche risentendo una cooperativa del territorio per l’assistenza domiciliare, anche se mio padre storce il naso.
Però l’aria è strana. Mia madre mi parla normale, ma fredda. Io mi sento in colpa se non corro, e mi sento usata se corro. E soprattutto continuo a pensare a quella frase: “Tanto tu sei sola.” Come se una donna senza marito o figli avesse meno diritto al proprio tempo, al riposo, perfino alla sua vita.
Forse ho sbagliato a rendermi indispensabile. Forse loro hanno sbagliato a confondere l’amore con la disponibilità totale. Io so solo che voglio bene ai miei genitori, ma non voglio sparire dentro questo ruolo.
Secondo voi ho fatto bene a mettere un limite, oppure quando si tratta di famiglia bisogna stringere i denti e basta?