Due matrimoni, nessun lieto fine: la storia di Caterina e il suo sogno tradito
«Ma tu veramente pensi che la vita sia una favola, Caterina?» mi gridò mia madre Lucia quel pomeriggio d’estate in cucina, il coperchio della pentola che sbatteva forte sul marmo. La luce tagliente di luglio filtrava sulle piastrelle, il profumo del basilico tra i capelli che mi scompigliava di tensione. Avevo ventitré anni e il mio futuro sembrava appena iniziato, eppure la rabbia tra me e mia madre era antica come le mura di quella casa fiorentina.
Le avevo appena detto che Fabio, il mio fidanzato, mi aveva chiesto di sposarlo. Mia madre storceva il naso ogni volta che ne parlavo.
«Non è il tipo di uomo che ti farà sentire speciale. Guardalo, non ti ha mai scritto una poesia, non ti porta mai nemmeno un fiore!»
Ma io, accecata dalle favole e dalle cene eleganti che sognavo da bambina, vedevo in Fabio la soluzione a tutti i miei vuoti. Da ragazzina guardavo le principesse Disney e mi perdevo nella promessa di una vita dove un uomo mi avrebbe trattata come una regina. Mio padre mi adorava e, quando morì troppo presto, lo idealizzai a tal punto che nessun uomo umano avrebbe potuto eguagliarlo.
Accettai la proposta di Fabio in una notte ventosa sui colli toscani. Ma già il giorno del matrimonio, nelle voci soffocate dei miei parenti che sparlavano delle sue scarse attenzioni verso di me, sentivo una crepa nell’allegria della festa. Mio fratello Marco, in giacca azzurra e sorriso tiepido, trovò il coraggio di sussurrarmi all’orecchio: «Non è troppo tardi. Se senti che non è quello giusto, puoi ancora fermare tutto…». In quegli occhi vedevo una preoccupazione sincera che decisi di ignorare.
Con Fabio ci svegliavamo insieme tutte le mattine in un bilocale invaso dalla luce del mattino vincente su Ponte Vecchio. Ma non era mai come l’avevo sognato. Le sue parole erano asciutte, i complimenti rari e col tempo, quando capii di non poter avere figli dopo visite umilianti da dottori impassibili, il silenzio fra noi diventò gelido. Volevo adottare, lui non ne voleva sapere.
«Non pensi che abbiamo già abbastanza problemi così?» mi disse una sera, dopo un litigio interminabile interrotto solo dai rumori dei piatti in cucina.
«Ma io non posso sentirmi donna se non divento madre! E se nemmeno tu mi aiuti, cosa resta di noi?»
Non rispose. Si alzò, prese il casco della moto ed uscì sbattendo la porta. Rimasi seduta nella cucina vuota per ore, strofinando il tavolo come per cancellare la mia stessa incapacità di farmi amare come credevo di meritare.
Furono anni sospesi, in cui ero una moglie senza gloria né ruolo, mentre le mie amiche una ad una partorivano figli che sembravano moltiplicare le gioie social da cui io mi sentivo esclusa. Mi ci aggrappavo, a quel matrimonio, come si fa con una promessa mai mantenuta.
La fine arrivò con una lettera di mio padre che ritrovai in una vecchia scatola. Scritta anni prima della sua morte, mi raccontava quanto si sentisse fortunato ad avermi come figlia. Piansi fino a sfinirmi. Realizzai che la voce che rincorrevo negli uomini era quella di mio padre e non di Fabio. Così decisi: divorzio.
Lasciare Fabio fu doloroso come strapparsi da una seconda pelle. Mia madre all’inizio non mi parlò per mesi, diceva che avevo disonorato la famiglia, mentre io camminavo per le strade di Firenze sentendomi trasparente e giudicata.
Tre anni più tardi, la solitudine mi spinse nelle braccia di Riccardo, collega taciturno e brillante nello studio legale dove lavoravo. Non c’era la passione del colpo di fulmine, ma un sentimento di sicurezza. Quando mi chiese di sposarlo, non sentii l’onda travolgente della felicità, ma la calma del compromesso. «Siamo adulti. Sappiamo cosa vogliamo. Non ci servono favole» mi disse in una sera di gennaio davanti a un bicchiere di Brunello.
Il matrimonio con Riccardo fu subito più pratico, come una società di mutuo soccorso. Si occupava di me con sollecitudine, con premure razionali: medicina pronta se avevo raffreddore, serate organizzate senza fuochi d’artificio, regali sempre utili, mai superflui. Una routine rassicurante, ma priva di quell’adorazione che avevo sempre reclamato, anche segretamente.
Riccardo aveva una madre, la signora Teresa, donna di ferro dal cuore critico. Mi faceva sentire sempre una straniera nel suo regno casalingo. Spesso, dopo pranzo, mi lanciava frecciatine:
«Mia cara Caterina, una donna, anche senza figli, può rendere felice la famiglia. Ma deve smettere di aspettarsi che il marito le legga negli occhi ogni desiderio. Il tempo dei sogni passa». E mentre parlava tagliava le verdure con la precisione di una sentenza.
La questione dei figli tornò presto a galla. Io, che non riuscivo ad accettare la mia infertilità, mi ritrovai circondata dalle gravidanze delle cognate. Sentivo la pressione degli sguardi, la colpa che mi avviluppava nelle cene di famiglia. Riccardo sembrava accettare con rassegnazione, ma io tremavo nella doccia per la frustrazione.
Una notte, in lacrime, gli chiesi:
«Tu non mi ami come si ama una regina. Nemmeno ti importa se sto male. Mi fa male tutto questo silenzio!»
Lui sospirò, si avvicinò e mi prese le mani: «Caterina, io ti rispetto. Ti voglio bene. Ma le regine stanno nei castelli e noi viviamo in un appartamento con un mutuo troppo alto per permetterci sogni.»
Quelle parole furono il colpo finale. L’indomani presi il treno per Bologna e andai da mia amica Giulia, la sola che non mi avesse giudicata. Sedute davanti a tè bollente e biscotti, le chiesi: «Sono io sbagliata a voler essere amata come nelle favole?»
Giulia mi abbracciò forte.
«Non sei sbagliata. Forse ti sei solo dimenticata come si ama davvero, senza aspettarsi di essere l’unica regina dello spettacolo».
Ripenso spesso a quegli anni di errori, di aspettative infrante e cene sotto luci fredde. Sento addosso il peso di due matrimoni, di una maternità negata e della pressione di una famiglia che mi ha sempre giudicata diversa. Ma oggi, alla soglia dei quarant’anni, sento che ciò che chiamavo “adorazione” era forse solo un modo per colmare la paura di esser semplice, normale, amata in modo imperfetto.
Se avessi una figlia, le direi: “Non cercare un re, cerca chi ti guarda quando parli, chi ti asciuga le lacrime, chi resta anche se la favola non arriva mai.” Ma poi mi chiedo ancora: è davvero sbagliato sperare, almeno una volta nella vita, di sentirsi regina? O forse il segreto è accettare di essere solo Caterina, con tutti i suoi pezzi rotti, e attorno gente semplice che non sa fare magie ma resta comunque? Cosa ne pensate voi: dobbiamo smettere di sognare o i sogni ci tengono vivi?