La forza della preghiera: la mia battaglia contro il male e la speranza che non muore
«Carolina, devi essere forte. Ma come si fa ad essere forti quando ti dicono che hai un tumore?»
La voce di mia madre tremava, mentre stringeva tra le mani il rosario di legno che era appartenuto a mia nonna. Io fissavo il pavimento dell’ospedale di Padova, le piastrelle bianche e fredde, e sentivo il cuore battere così forte che pensavo potesse esplodere. Avevo appena trentasei anni, una figlia di sette, Giulia, e un marito, Vittorio, che mi guardava come se avesse paura di svegliarsi da un incubo.
«Non voglio morire, mamma», sussurrai. Le lacrime mi rigavano il viso, ma non riuscivo a fermarle. «Non posso lasciare Giulia…»
Mia madre mi abbracciò forte, come quando ero bambina e avevo paura del temporale. «Non sei sola, amore mio. Pregheremo insieme.»
Da quel giorno la mia vita cambiò per sempre. Ogni mattina mi svegliavo con la paura nel petto, ma anche con una strana determinazione. Dovevo combattere, per me stessa e per chi amavo. Vittorio cercava di essere forte per me, ma lo vedevo piangere in silenzio la notte, quando pensava che dormissi.
Un giorno, mentre aspettavamo i risultati della biopsia, Vittorio mi prese la mano. «Carolina, qualsiasi cosa succeda… io sono qui. Non ti lascerò mai.»
«E se non ce la faccio?»
Mi guardò negli occhi, con una dolcezza che non dimenticherò mai. «Ce la farai. E se anche dovessi cadere, io cadrò con te.»
La diagnosi fu devastante: carcinoma mammario avanzato. Il medico parlava di chemio, operazioni, possibilità e statistiche. Io sentivo solo un ronzio nelle orecchie e il gelo che mi saliva lungo la schiena.
Le settimane successive furono un vortice di visite, esami, aghi e paura. Giulia mi chiedeva perché fossi sempre stanca, perché i miei capelli cadevano a ciocche sul cuscino.
«Mamma sta combattendo contro un mostro», le dissi una sera, mentre le accarezzavo i capelli biondi. «Ma tu non devi avere paura.»
Lei annuì seria, stringendomi forte. «Io prego per te tutte le sere.»
La fede era sempre stata una presenza discreta nella mia vita, ma in quei mesi diventò un’ancora. Ogni sera recitavamo il rosario insieme: io, Vittorio, mia madre e Giulia. A volte si univano anche i vicini del condominio; in Italia si fa così, ci si stringe attorno a chi soffre.
Ma non tutti capivano. Mia sorella Lucia era arrabbiata con Dio.
«Perché proprio a te? Sei sempre stata quella buona, quella che aiutava tutti!»
«Non lo so», rispondevo. «Forse c’è un senso che ancora non vedo.»
Lucia sbuffava e usciva sbattendo la porta. Aveva sempre avuto un carattere difficile, ma ora sembrava che il dolore l’avesse resa ancora più dura.
Le tensioni in famiglia crescevano. Mio padre si chiudeva nel silenzio; non riusciva a guardarmi negli occhi. Una sera lo trovai in cucina con una bottiglia di grappa quasi vuota.
«Papà…»
Lui scosse la testa. «Non è giusto. Non doveva succedere a te.»
Mi sedetti accanto a lui e gli presi la mano. «Papà, ho bisogno di te adesso.»
Lui pianse come non l’avevo mai visto fare.
La chemio fu un inferno. Vomitavo tutto quello che mangiavo, le ossa mi facevano male come se avessi cento anni. Ma ogni volta che pensavo di mollare, sentivo la voce di Giulia: «Forza mamma!» E allora trovavo la forza per andare avanti.
Un giorno Vittorio tornò dal lavoro più tardi del solito. Era stanco, gli occhi rossi.
«Tutto bene?» chiesi.
Lui esitò un attimo. «Hanno tagliato le ore in fabbrica… Forse perderò il posto.»
Mi sentii crollare il mondo addosso. Come avremmo fatto con le spese mediche? Con il mutuo della casa?
Quella notte non dormii. Pregai come non avevo mai fatto prima. Chiesi a Dio di aiutare Vittorio, di darmi la forza di non essere un peso per la mia famiglia.
Il giorno dopo Lucia venne a trovarmi con una busta piena di soldi.
«Sono i miei risparmi», disse brusca. «Non voglio sentire storie.»
La abbracciai forte; per la prima volta dopo mesi sentii che forse qualcosa stava cambiando tra noi.
Passarono i mesi tra alti e bassi. Un giorno il medico mi disse che il tumore si era ridotto.
«È un miracolo», sussurrò mia madre tra le lacrime.
Ma io sapevo che era stato anche grazie all’amore della mia famiglia e alla forza della preghiera.
Non tutto tornò come prima: i capelli ricrescevano lenti e sottili; il corpo era segnato dalle cicatrici dell’operazione; la paura non se ne andava mai del tutto.
Ma imparai ad apprezzare ogni piccolo momento: una colazione con Giulia prima della scuola; una passeggiata al tramonto con Vittorio lungo l’argine del Brenta; una telefonata con Lucia senza litigare.
Un giorno Giulia mi chiese: «Mamma, perché Dio ti ha fatto ammalare?»
Le risposi: «Non lo so, amore mio. Ma forse voleva insegnarci quanto siamo forti insieme.»
Ora sono passati tre anni da quel giorno in ospedale. Ogni controllo è ancora una prova di coraggio; ogni notte ringrazio per essere qui con chi amo.
A volte mi chiedo: cosa sarebbe successo se avessi perso la speranza? Se non avessi avuto accanto chi credeva in me anche quando io non ci riuscivo?
E voi? Cosa vi dà la forza nei momenti più bui della vostra vita?