Incontro al supermercato: Tutto ruotava intorno a lei
«Martina, scusami, ma oggi proprio non posso. Ci sentiamo più avanti, ok?»
Quell’ennesimo messaggio di Giulia mi era arrivato sei mesi fa. Da allora, il silenzio. Nessuna chiamata, nessun caffè, nessuna delle nostre chiacchierate infinite che mi facevano sentire meno sola in questa città che sembra sempre troppo grande per me. Eppure, fino a poco tempo fa, eravamo inseparabili. Due ragazze di provincia arrivate a Bologna con mille sogni e la paura di non farcela. Lei era la mia ancora, la mia famiglia lontano da casa. Ma da quando aveva iniziato quel nuovo lavoro in centro, tutto era cambiato. «Sono solo molto impegnata, scusami davvero», mi diceva ogni volta che provavo a proporle di vederci. E io, come una stupida, ci credevo.
Oggi, però, non avevo proprio voglia di pensare a lei. Dovevo solo comprare il latte e il pane, tornare a casa e preparare la cena per mia madre, che da quando papà se n’era andato si era chiusa in un silenzio che mi faceva paura. Ma il destino, si sa, ama giocare con le nostre vite.
Stavo scegliendo le mele al supermercato, quando una voce alle mie spalle mi ha fatto gelare il sangue. «Martina? Sei tu?»
Mi sono girata di scatto. Giulia era lì, davanti a me, con il suo solito sorriso smagliante e i capelli raccolti in una coda perfetta. Indossava un cappotto elegante, probabilmente uno di quelli che non mi potrei mai permettere. Accanto a lei, un ragazzo alto, con lo sguardo annoiato e la barba curata. «Ciao Giulia…» ho sussurrato, cercando di mascherare la sorpresa e il fastidio.
Lei mi ha abbracciata come se nulla fosse. «Non ci posso credere! Da quanto tempo! Come stai?»
Ho sentito il cuore battere forte. Avrei voluto urlarle tutto quello che avevo dentro, ma mi sono limitata a un sorriso tirato. «Bene, dai. Tu?»
«Benissimo! Ti presento Andrea, il mio ragazzo.» Lui ha annuito appena, senza nemmeno guardarmi negli occhi. Giulia ha iniziato a raccontare della sua nuova promozione, dei viaggi che avrebbe fatto, della casa che stava cercando in centro. Io annuivo, fingendo interesse, mentre dentro di me cresceva una rabbia sorda. Non una domanda su di me, su come stessi davvero, su mia madre che non usciva più di casa, su mio fratello che aveva perso il lavoro. Solo lei, sempre e solo lei.
«Dobbiamo assolutamente vederci, magari una sera a cena da me. Ti va?» ha detto, mentre Andrea la tirava per la manica, impaziente di andarsene.
«Certo, fammi sapere tu», ho risposto, sapendo già che quel messaggio non sarebbe mai arrivato.
Quando sono tornata a casa, ho trovato mia madre seduta sul divano, lo sguardo perso nel vuoto. «Hai preso il latte?» mi ha chiesto senza nemmeno guardarmi. Ho annuito, lasciando la busta sul tavolo. Mi sono chiusa in camera e ho pianto. Non solo per Giulia, ma per tutto quello che sentivo di aver perso. La mia famiglia non era più la stessa, le mie amicizie si sgretolavano una dopo l’altra, e io mi sentivo sempre più invisibile.
La sera, mentre preparavo la cena, ho sentito mio fratello urlare al telefono con qualcuno. «Non posso continuare così, mamma! Non trovo lavoro, non abbiamo più soldi!» Mia madre non ha risposto. Io ho spento il gas e sono uscita sul balcone, cercando aria. Bologna era bellissima, illuminata dalle luci dei lampioni, ma io mi sentivo intrappolata.
Il giorno dopo, ho deciso di scrivere a Giulia. «Ciao, ieri mi ha fatto piacere vederti. Se hai voglia, ci prendiamo un caffè questa settimana?» Nessuna risposta. Dopo due giorni, ancora nulla. Ho capito che non le importava più nulla di me. Forse non le era mai importato davvero.
Una sera, mentre aiutavo mia madre a sistemare la cucina, lei mi ha guardata per la prima volta dopo mesi. «Martina, tu sei felice?»
Non sapevo cosa rispondere. Ho pensato a Giulia, ai miei sogni di quando ero arrivata a Bologna, alla mia famiglia che si stava sgretolando. «Non lo so, mamma. Davvero, non lo so.»
Quella notte non ho dormito. Ho ripensato a tutte le volte che avevo messo da parte me stessa per gli altri, a tutte le volte che avevo aspettato una chiamata che non sarebbe mai arrivata. Mi sono chiesta se fosse colpa mia, se fossi io a non meritare l’amicizia, l’amore, la felicità.
Qualche giorno dopo, mentre tornavo dal lavoro, ho rivisto Giulia. Era seduta a un tavolino di un bar elegante, circondata da amici che ridevano e bevevano spritz. Mi sono fermata dall’altra parte della strada, nascosta dietro una colonna. L’ho osservata per qualche minuto. Sembrava felice, realizzata, sicura di sé. Ho sentito una fitta al cuore, ma poi ho capito che quella non era più la mia vita. Forse non lo era mai stata.
Sono tornata a casa e ho abbracciato mia madre. «Andrà tutto bene, mamma. Te lo prometto.» Lei ha sorriso, per la prima volta dopo tanto tempo.
Ora mi chiedo: quante volte ci illudiamo che le persone ci vogliano bene, solo perché abbiamo paura di restare soli? E voi, avete mai perso un’amicizia che pensavate fosse per sempre?