Dopo la morte di papà, ho cacciato la mia matrigna: sono stata davvero crudele?
«Non puoi farmi questo, Giulia. Questa era anche casa mia.»
La voce di Patrizia tremava, ma nei suoi occhi non c’era traccia di lacrime. Solo una rabbia sorda, trattenuta a fatica. Io fissavo il pavimento del soggiorno, le mani strette attorno alla tazza di caffè ormai freddo. Fuori, la pioggia batteva sui vetri come se volesse entrare a tutti i costi.
«Papà è morto da una settimana,» sussurrai, «e tu pensi già a cosa ti spetta.»
Patrizia scosse la testa, i capelli biondi – tinti male – che le cadevano sugli occhi. «Non è vero. Sto solo cercando di capire dove andrò a finire.»
Mi sentivo svuotata. Da quando papà era morto, tutto sembrava irreale: la casa troppo silenziosa, l’odore del suo dopobarba ancora nell’aria, le sue pantofole accanto al letto. E Patrizia che si aggirava come un’ombra, aprendo cassetti, facendo telefonate sottovoce.
Non l’ho mai amata, Patrizia. Non l’ho mai accettata davvero. Quando papà l’ha portata a casa, avevo quindici anni e il cuore pieno di rabbia per la separazione dei miei genitori. Lei era gentile, troppo gentile forse. Cercava di cucinare i miei piatti preferiti – senza riuscirci – e mi comprava regali che non avevo mai chiesto. Ma io vedevo solo una donna che aveva preso il posto di mia madre.
Mamma era andata via per sempre quando avevo dieci anni. Un incidente in autostrada, una telefonata nel cuore della notte. Da allora papà era diventato tutto per me. E ora non c’era più nemmeno lui.
«Giulia, ascoltami,» riprese Patrizia con voce più dolce. «Non voglio litigare. So che stai soffrendo…»
«Non puoi capire come sto,» la interruppi. «Non sei mia madre.»
Un silenzio pesante cadde tra noi. Sentivo il battito del mio cuore nelle orecchie. Avrei voluto urlare, spaccare qualcosa, ma mi limitai a stringere ancora di più la tazza.
Patrizia si avvicinò, posò una mano sulla mia spalla. «Non voglio portarti via nulla. Ma non ho nessun altro posto dove andare.»
Mi alzai di scatto, facendo cadere la sedia. «Questa è casa mia! Era di papà e ora è mia! Tu… tu hai sempre pensato solo a te stessa!»
Lei indietreggiò come se l’avessi colpita fisicamente. «Non è vero…»
«Sì che lo è! Anche quando papà era malato… tu chiamavi i tuoi amici per lamentarti di quanto fosse difficile! Non ti sei mai presa cura di lui davvero!»
Le lacrime finalmente le rigarono il viso. «Ho fatto quello che potevo…»
«Non abbastanza!» urlai.
Quella notte Patrizia fece le valigie in silenzio. Io rimasi seduta sul letto di papà, stringendo il suo vecchio maglione tra le braccia e piangendo come non avevo mai fatto.
Il giorno dopo arrivarono le telefonate dei parenti: zia Lucia, lo zio Marco, persino cugina Francesca da Milano. Tutti a dirmi che ero stata crudele, che Patrizia era rimasta sola e senza soldi, che papà avrebbe voluto che restassimo unite.
Ma nessuno sapeva davvero cosa succedeva in quella casa.
Quando papà si ammalò – un tumore ai polmoni diagnosticato troppo tardi – fu come vivere in un incubo senza fine. Io lavoravo in una piccola libreria del centro e correvo ogni giorno a casa per assisterlo. Patrizia invece usciva spesso: diceva che aveva bisogno di aria, che non sopportava vedere papà soffrire così. Io restavo lì, a cambiare le lenzuola, a imboccarlo quando non riusciva più a mangiare da solo.
Una sera lo sentii piangere in silenzio. Mi sedetti accanto a lui e gli presi la mano.
«Papà…»
Lui mi guardò con occhi stanchi. «Non essere troppo dura con Patrizia,» sussurrò. «Anche lei soffre.»
Ma io vedevo solo la sua assenza.
Dopo il funerale, la casa sembrava ancora più vuota. Gli amici di papà sparirono uno dopo l’altro; anche i parenti venivano solo per portare fiori e parole vuote.
Patrizia iniziò a parlare di soldi: delle bollette da pagare, della pensione di reversibilità, della possibilità di vendere la macchina di papà. Ogni volta che apriva bocca sentivo un nodo alla gola.
Una sera la sentii parlare al telefono con qualcuno: «Sì, appena riesco a sistemarmi qui… No, Giulia non è un problema.»
Fu allora che decisi: doveva andarsene.
La mattina dopo glielo dissi senza mezzi termini. Lei pianse, mi implorò di lasciarla restare almeno qualche settimana. Ma io ero irremovibile.
Quando chiuse la porta alle sue spalle, provai un senso di sollievo misto a colpa.
Nei giorni seguenti i parenti mi assediarono con messaggi e telefonate:
«Giulia, ma come hai potuto?»
«Povera Patrizia…»
«Tuo padre si rivolterebbe nella tomba!»
Solo zio Marco venne a trovarmi di persona.
Si sedette in cucina e mi guardò serio: «Hai fatto quello che pensavi fosse giusto?»
Abbassai lo sguardo. «Non lo so più.»
Lui sospirò. «A volte il dolore ci fa fare cose che poi rimpiangiamo.»
Rimasi sola con i miei pensieri e i miei sensi di colpa.
Le settimane passarono lente. La casa era silenziosa ma almeno era mia. Ogni tanto mi chiedevo dove fosse finita Patrizia: se avesse trovato un posto dove stare, se qualcuno l’avesse aiutata.
Una sera trovai una lettera infilata sotto la porta. Era sua.
«Cara Giulia,
non ti porto rancore per quello che è successo. So che hai sofferto molto e forse non sono stata capace di starti vicino come avrei dovuto. Tuo padre ti amava più di ogni altra cosa al mondo e io ho cercato solo di non perderlo del tutto dopo la sua morte. Spero che un giorno tu possa perdonarmi e trovare pace nel tuo cuore.
Patrizia»
Lessi quelle parole mille volte quella notte.
Oggi sono passati sei mesi da allora. La casa è ancora piena dei ricordi di papà e delle assenze che fanno più rumore delle presenze.
Mi chiedo spesso se ho fatto bene o se sono stata solo una figlia arrabbiata incapace di vedere il dolore degli altri.
E voi? Cosa avreste fatto al mio posto? Si può davvero giudicare il cuore ferito di una famiglia spezzata?