Il Nuovo Vicino: Inganni tra le Colline Toscane
«Mamma, hai sentito di nuovo quei rumori stanotte?»
La voce di mio figlio Matteo rimbomba nella cucina ancora immersa nell’odore del caffè appena fatto. Sbatto la tazza sul tavolo, le mani che tremano leggermente. «Sì, li ho sentiti. Ma non è niente, sarà stato qualche animale.»
Non ci credo nemmeno io. Da quando il vecchio casale accanto al nostro podere è stato comprato, la tranquillità delle nostre estati toscane si è dissolta come nebbia al sole. Prima, la casa era vuota da anni: solo i cipressi e i grilli a farci compagnia. Poi, una mattina di aprile, un furgone bianco ha varcato il cancello arrugginito e da allora niente è stato più lo stesso.
Il nuovo proprietario si chiama Sergio Bianchi. Un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati e occhi che non sorridono mai. La prima volta che l’ho visto, stava scaricando casse dal furgone con una fretta sospetta. «Buongiorno!», gli ho gridato dal nostro orto, ma lui si è limitato a un cenno rapido, senza nemmeno guardarmi negli occhi.
Mio marito Gianni non ci ha fatto caso. «Lascia stare, Ale. Magari è solo timido.» Ma io sentivo che c’era qualcosa che non andava. E non ero l’unica.
Le voci in paese hanno cominciato a girare subito. Al bar di Piero, le donne sussurravano che Sergio era stato visto litigare con qualcuno davanti alla banca. Qualcuno diceva che aveva debiti, altri che era scappato da Milano dopo una brutta storia. Io cercavo di non farmi influenzare, ma ogni notte sentivo passi nel bosco tra le nostre proprietà, luci accese fino a tardi, rumori metallici.
Una sera di maggio, mentre sistemavo i pomodori nell’orto, ho visto Sergio parlare animatamente al telefono. «No, te l’ho detto che qui nessuno deve sapere niente!», urlava, guardandosi intorno nervoso. Quando si è accorto della mia presenza ha abbassato la voce e si è allontanato in fretta.
Quella notte non ho dormito. Mi sono alzata più volte per controllare le finestre, il cuore che batteva forte ogni volta che sentivo un ramo spezzarsi fuori. Gianni mi ha trovata alle tre del mattino seduta in cucina con una tazza di camomilla tra le mani.
«Non puoi continuare così», mi ha detto con voce stanca. «Stai diventando paranoica.»
«E se avessi ragione?», ho sussurrato. «E se Sergio nascondesse qualcosa?»
Gianni ha scosso la testa e se n’è andato a letto sbattendo la porta. Da quel momento tra noi si è creato un muro invisibile fatto di silenzi e sospetti.
I giorni passavano e la tensione cresceva. Matteo aveva paura ad andare a giocare nel prato vicino al confine. Mia madre, che vive con noi da quando papà è morto, continuava a ripetere: «Quell’uomo porta guai, lo sento nelle ossa.»
Un pomeriggio di giugno ho trovato nel nostro pollaio una gallina morta, il collo spezzato. Ho subito pensato a una volpe, ma poi ho notato delle impronte fresche nel fango: scarpe da uomo, grandi. Ho seguito le tracce fino al confine con la proprietà di Sergio.
Non ce l’ho fatta più. Ho preso coraggio e sono andata a bussare alla sua porta.
Mi ha aperto dopo un tempo interminabile. L’odore acre di fumo e qualcosa di chimico mi ha investita appena la porta si è socchiusa.
«Che vuoi?»
«Abbiamo trovato una gallina morta nel nostro pollaio. Hai visto o sentito qualcosa?»
Mi ha fissata per qualche secondo senza rispondere, poi ha scosso la testa e ha chiuso la porta in faccia.
Sono tornata a casa con le gambe che mi tremavano. Quella notte ho deciso di chiamare i carabinieri.
Il maresciallo Rossi è venuto il giorno dopo. Ha ascoltato la mia storia con pazienza, ma alla fine ha scrollato le spalle: «Signora, senza prove non possiamo fare nulla. Ma tenga gli occhi aperti.»
Intanto Gianni era sempre più distante. «Sei ossessionata!», urlava durante le nostre discussioni sempre più frequenti. «Stai rovinando la nostra estate!»
Ma io non riuscivo a smettere di pensare a Sergio e ai suoi segreti.
Una sera d’inizio luglio ho visto due uomini arrivare da lui in macchina con targa straniera. Sono rimasti chiusi in casa per ore. Quando sono usciti portavano via delle scatole pesanti.
Ho raccontato tutto a mia madre e lei mi ha guardata negli occhi: «Dobbiamo fare qualcosa.»
Abbiamo deciso di parlare con gli altri vicini: i fratelli Conti e la signora Lucia. Tutti avevano notato qualcosa di strano: attrezzi spariti dai garage, rumori notturni, animali spaventati.
Abbiamo organizzato una riunione segreta nel nostro salotto. «Dobbiamo scoprire cosa sta succedendo», ha detto Lucia con voce tremante.
Matteo ascoltava nascosto dietro la porta. Quando l’ho scoperto mi ha abbracciata forte: «Ho paura, mamma.»
Anche io avevo paura.
Abbiamo deciso di sorvegliare la casa di Sergio a turno durante la notte. Io e mia madre siamo state le prime.
Sedute dietro la siepe con una torcia e il telefono pronto per chiamare i carabinieri, abbiamo visto Sergio uscire dal retro con una borsa nera e dirigersi verso il bosco.
L’ho seguito a distanza, il cuore in gola. L’ho visto scavare una buca e nascondere qualcosa sotto terra.
Il giorno dopo sono tornata con Lucia e abbiamo scavato dove avevo visto Sergio nascondere la borsa. Dentro c’erano documenti falsi, soldi in contanti e alcune chiavi.
Abbiamo portato tutto ai carabinieri.
Quando sono tornati per arrestarlo, Sergio era già sparito. La sua casa vuota, le finestre spalancate come occhi sbarrati nel buio.
Da allora sono passati mesi. La tranquillità sembra essere tornata tra le nostre colline, ma io non riesco più a dormire come prima.
Gianni mi guarda con occhi diversi ora: forse ha capito che avevo ragione a fidarmi del mio istinto.
A volte mi chiedo: quanto conosciamo davvero chi ci sta accanto? E quanto siamo disposti a rischiare per difendere ciò che amiamo?