Una volta ero l’anima della festa. Oggi non ho nessuno da chiamare il giorno del mio compleanno
«Ma davvero nessuno ti ha chiamata oggi, mamma?» La voce di mia figlia Giulia risuona nella cucina, mentre il sole del pomeriggio filtra tra le tende ingiallite. Sento il nodo in gola, ma sorrido, come sempre. «No, tesoro. Ma va bene così.»
Non va bene così. Non va affatto bene. Oggi è il mio compleanno e il telefono è rimasto muto, tranne per la chiamata di Giulia, che vive a Milano e che sento sempre troppo poco. Una volta, il giorno del mio compleanno era una festa: la casa piena di voci, risate, bicchieri che tintinnavano, la torta fatta da mia sorella Lucia, i regali impacchettati male dai miei nipoti. E io, sempre al centro, a organizzare tutto, a far sentire tutti importanti. Ero l’anima della festa, quella che non si dimentica mai di nessuno.
Mi chiamo Caterina, ho cinquantasette anni e vivo a Fano, nelle Marche. Una cittadina che sembra sempre uguale a se stessa: il mare d’inverno che si fa grigio, le strade vuote dopo le otto di sera, i pettegolezzi che corrono più veloci del vento. Qui sono nata e cresciuta, qui ho amato e odiato, qui ho costruito la mia vita. Ma oggi mi sembra tutto così distante.
Ricordo ancora quando organizzavo le cene per il quartiere. «Caterina, senza di te non sarebbe una vera festa!» mi diceva sempre la signora Adele, la vicina del terzo piano. E io ridevo, felice di essere utile, di sentirmi parte di qualcosa. Poi sono arrivati i problemi: mio marito Marco ha perso il lavoro in fabbrica e ha iniziato a bere. All’inizio erano solo birre davanti alla partita, poi sono diventate bottiglie nascoste dietro i libri in salotto. Io cercavo di tenere tutto insieme: la casa, Giulia che studiava per diventare architetto, le bollette che non bastavano mai.
Una sera Marco è tornato tardi, puzzava di vino e rabbia. «Non capisci niente! Sei solo una rompiscatole!» mi ha urlato davanti a Giulia. Lei è scoppiata a piangere e io ho sentito qualcosa rompersi dentro di me. Da quella notte ho smesso di invitare gente a casa: avevo paura che qualcuno vedesse le crepe nei muri e nel mio matrimonio.
Gli amici hanno iniziato a sparire uno dopo l’altro. «Caterina, ci vediamo presto!» dicevano. Ma presto non arrivava mai. Forse avevano paura della mia tristezza, forse non sapevano cosa dire. Mia sorella Lucia si è trasferita a Bologna per seguire il marito e ci sentiamo solo per Natale o quando muore qualcuno in famiglia.
Il lavoro al supermercato mi ha salvata per un po’. Le colleghe erano gentili, ma le amicizie nate tra gli scaffali hanno vita breve: ognuna pensa ai suoi problemi, ai figli da portare a calcio o alle madri malate da accudire. Ho provato a invitare Anna e Paola per un caffè dopo il turno, ma «oggi non posso», «magari un’altra volta», «sono stanca morta». Così ho smesso di chiedere.
Quando Giulia è partita per Milano mi sono sentita orgogliosa e svuotata allo stesso tempo. «Mamma, ti chiamerò ogni giorno!» mi ha promesso. Ma la vita corre veloce in città: le telefonate si sono fatte rare, i messaggi sempre più brevi. Mi manca il suo profumo quando tornava da scuola, i suoi abbracci improvvisi.
Oggi ho acceso il telefono alle sette del mattino, sperando in un messaggio di Lucia o almeno in una chiamata della signora Adele. Niente. Ho preparato una torta per me stessa – la crostata con la marmellata d’albicocche che piaceva tanto a Marco – ma non l’ho nemmeno assaggiata. Ho apparecchiato per due, come se qualcuno dovesse arrivare da un momento all’altro.
Alle dieci ho sentito bussare alla porta: era il postino con una bolletta da pagare e uno sguardo distratto. «Buon compleanno», mi sono sussurrata mentre firmavo la ricevuta.
Nel pomeriggio ho provato a chiamare Lucia. «Scusa Cate, sto uscendo con i ragazzi… Ti richiamo domani!» La sua voce era allegra, lontana anni luce dalla mia solitudine.
Ho pensato di uscire a fare una passeggiata sul lungomare. L’aria era fredda e pungente; le onde si infrangevano contro gli scogli con rabbia. Ho visto due signore sedute su una panchina che ridevano forte. Mi sono fermata qualche secondo ad ascoltare le loro chiacchiere leggere: parlavano dei nipoti e delle vacanze estive. Ho provato una fitta al cuore.
Quando sono tornata a casa era già buio. Ho acceso la televisione solo per sentire una voce diversa dalla mia. Ho guardato vecchie foto: io con Marco e Giulia al mare; io con Lucia e mamma davanti al camino; io con le colleghe del supermercato durante la cena di Natale di tanti anni fa.
Mi sono chiesta dove siano finite tutte quelle persone che dicevano di volermi bene. Forse sono io che ho sbagliato qualcosa? Forse ho dato troppo senza chiedere nulla in cambio? O forse la vita è così: ti toglie tutto quello che ami senza spiegarti perché.
Alle ventidue mi ha chiamata Giulia. «Mamma! Auguri! Scusa se sono in ritardo… Oggi è stata una giornata infernale in ufficio.» La sua voce era stanca ma dolce. «Non importa amore mio… Basta sentirti.»
Abbiamo parlato per dieci minuti: dei suoi progetti, del suo nuovo ragazzo («Si chiama Matteo, ti piacerà!»), dei sogni che ancora coltiva nonostante tutto. Quando ha riattaccato mi sono sentita meno sola, ma anche più vecchia.
Ho spento la luce e mi sono sdraiata sul letto vuoto. Ho pensato a tutte le cose che avrei voluto dire oggi: che mi manca ridere fino alle lacrime con qualcuno; che vorrei sentirmi ancora importante per qualcuno; che vorrei avere il coraggio di ricominciare da capo.
Forse domani proverò a chiamare Anna o Paola ancora una volta. Forse domani troverò la forza di uscire e parlare con qualcuno al mercato o al bar sotto casa.
Ma stanotte mi chiedo: quante altre Caterina ci sono in Italia? Quante donne (e uomini) si sentono invisibili proprio nei giorni in cui dovrebbero sentirsi amate? E voi… avete mai avuto paura del silenzio?