Non voglio lasciare questa casa: la storia di un padre e una figlia a Bologna

«Papà, dobbiamo parlare.»

La voce di Giulia mi trapassa come una lama. Sono seduto al tavolo della cucina, le mani che tremano appena sopra la tazza di caffè ormai freddo. Fuori piove, come quasi sempre a novembre qui a Bologna, e il rumore delle gocce sui vetri sembra accompagnare il battito irregolare del mio cuore.

«Non puoi continuare così, papà. Non c’è spazio per tutti. E tu… tu non stai bene.»

Alzo lo sguardo su mia figlia. Ha le occhiaie profonde, i capelli raccolti in una coda disordinata. Da quando è tornata a vivere qui con suo marito Davide e i bambini, la casa sembra più piccola, più stretta. Ma io… io non voglio andarmene.

«Giulia, questa è la casa dove ho vissuto con tua madre per quarant’anni. Qui ci sono i suoi ricordi, le sue cose…»

Lei sospira, si siede di fronte a me. «Lo so, papà. Ma tu non sei più lo stesso da quando mamma se n’è andata. Ti chiudi in te stesso, dimentichi le medicine… ieri hai lasciato il gas acceso.»

Mi sento umiliato. So che ha ragione, ma non posso accettare l’idea di lasciare queste mura. Ogni angolo parla di Anna: la macchia di vino sul tappeto del soggiorno, le sue tazze preferite ancora nella credenza, il profumo del suo sapone che a volte mi sembra di sentire la notte.

Davide entra in cucina con passo incerto. «Marco, non vogliamo farti del male. Ma anche per i bambini… non possiamo vivere tutti così stretti.»

Mi viene da urlare che questa casa l’ho costruita io con le mie mani, che ho lavorato trent’anni in fabbrica per pagarla, che nessuno ha il diritto di cacciarmi via. Ma mi limito a stringere i pugni sulle ginocchia.

«E dove dovrei andare?» sussurro.

Giulia abbassa lo sguardo. «Abbiamo visto una casa di riposo a San Lazzaro. È bella, c’è un giardino grande…»

«Una casa di riposo?» La parola mi fa venire la nausea. Penso ai vecchi seduti in fila davanti alla televisione, agli odori forti dei corridoi, alla solitudine.

«Papà, lì avresti qualcuno che si prende cura di te. E noi potremmo venire a trovarti ogni giorno.»

Ogni giorno? So già come andrà: all’inizio verranno spesso, poi sempre meno. Resterò solo con i miei ricordi e la mia malinconia.

Mi alzo di scatto, la sedia che gratta sul pavimento. «Non voglio parlarne.»

Mi rifugio in camera mia. Sul comodino c’è una foto di Anna: sorride al mare di Rimini, i capelli biondi mossi dal vento. Le parlo sottovoce, come facevo quando era ancora qui.

«Anna, cosa devo fare? Mi sento perso.»

La notte passa insonne. Sento i passi dei bambini nel corridoio, le voci soffocate di Giulia e Davide che discutono in salotto.

La mattina dopo trovo Giulia in cucina, gli occhi rossi.

«Papà… scusa se sono stata dura ieri.»

Mi siedo accanto a lei. «Non voglio lasciarti sola. Ma questa casa… è tutto quello che mi resta.»

Lei mi prende la mano. «Lo so. Ma io ho paura per te.»

Restiamo in silenzio. Poi arriva Davide con i bambini: Matteo corre verso di me e mi abbraccia forte.

«Nonno, oggi vieni a prendermi all’asilo?»

Sorrido per la prima volta dopo giorni. «Certo che vengo.»

Quella sera Giulia mi propone un compromesso: «Papà, proviamo con una signora che venga ad aiutarti qualche ora al giorno? Così resti qui e noi siamo più tranquilli.»

Accetto, ma dentro sento che qualcosa si è rotto tra noi. La fiducia? L’amore? O forse solo l’illusione che tutto possa restare com’era prima che Anna se ne andasse.

Passano i mesi. La signora Lucia viene ogni mattina: mi aiuta con la spesa, mi ricorda le medicine, ascolta le mie storie su Anna e sulla fabbrica dove lavoravo. Ma la sera resto solo con i miei pensieri.

Un giorno trovo Giulia che piange in salotto.

«Che succede?»

Lei scuote la testa. «Non ce la faccio più… tra il lavoro, i bambini e te… Mi sento in colpa anche solo a pensarlo, ma vorrei avere un po’ di spazio per me.»

Mi sento un peso enorme sulle sue spalle.

«Forse hai ragione tu,» dico piano. «Forse dovrei andare.»

Lei si getta tra le mie braccia. «No papà! Non voglio perderti anche io.»

Quella notte sogno Anna: mi sorride e mi dice che devo lasciar andare il passato.

Il giorno dopo accompagno Matteo all’asilo. Mentre lo guardo correre verso gli amici penso che forse la vita va avanti anche senza il permesso del nostro cuore.

Ma ogni sera torno nella stanza vuota e parlo con Anna nella foto.

«Ho fatto bene a restare? O sto solo rimandando l’inevitabile?»

E voi? Cosa fareste al mio posto? Si può davvero lasciare andare ciò che si ama per non pesare su chi resta?