Tra Orgoglio e Solitudine: La Storia di Alessandra a Firenze
«Perché devo sempre essere io quella che cede?»
Le parole mi esplodono nella mente mentre, seduta al tavolo in legno della cucina, guardo Giulia, mia sorella minore, che ride con papà. Il cucchiaio nella mia mano trema leggermente. La cucina si riempie della luce dorata del pomeriggio fiorentino, ma la casa sembra affollata dai miei pensieri, pesanti come macigni.
«Alessandra, che hai?» chiede mamma, la sua voce morbida ma già carica di sospetto. È la terza volta questa settimana che mi vede “col muso”.
«Niente. Sto solo pensando».
Giulia mi lancia uno sguardo tagliente. So cosa pensa: che sono sempre la drammatica, colei che si offende per un nonnulla. Ma lei non capisce, nessuno capisce cosa si prova a sentire la propria presenza diventare trasparente, a vedere papà illuminarsi quando lei entra nella stanza – e io diventare solo lo sfondo.
Non è sempre stato così. Da piccola ero la preferita. Mi ricordo le corse nei viali dei giardini di Boboli, le mani sicure di mio padre che mi sollevavano, la risata di mia mamma, sincera. Poi è arrivata Giulia, con quegli occhi grandi e il carattere dolce. Tutto è cambiato, ma non me ne sono accorta subito. Un giorno sei la principessa di casa, il giorno dopo sei la sorella maggiore che deve essere più matura, più comprensiva, più tutto. Nessuno ti spiega come si fa.
«Angela, domani viene il professore di flauto da Giulia a casa, giusto?» chiede papà, girandosi verso di me ma senza guardarmi.
«Sì, papà» risponde lei, pronta, allegra. Papà le sorride, poi le accarezza i capelli. Io sento il nodo in gola farsi più stretto.
Non mi guardano più come prima. Eppure sembro vivere solo per approvare, per essere all’altezza degli standard che nessuno ha mai scritto, ma che sento sempre addosso. I giorni passano tra la scuola, i miei lavoretti di ripetizioni, e quella cucina dove la mia voce si perde tra le risate degli altri.
Una sera torno tardi. Ho accompagnato una compagna, Marta, a casa dopo aver studiato insieme in biblioteca. Mentre entro, sento le loro risate soffocate provenire dal salotto. Mi fermo, la mano sulla maniglia. Sento il mio nome.
«…Alessandra è sempre sulle sue. Bisogna insistere perché ci parli…» la voce di papà.
«Credo sia solo stressata, papà» dice Giulia, sorpresa dalla sua stessa sicurezza.
«Angela dovrebbe smetterla di far finta di niente» è la voce di mamma, graffiante.
Mi sento come se la terra si aprisse sotto di me. Fingo che mi sia caduto qualcosa, faccio rumore, entro, maschera in volto.
I giorni diventano settimane. A scuola, la professoressa di latino mi fissa: «Devi imparare, Alessandra, che non si può essere sempre perfetti. Sei troppo rigida». Ho la risposta pronta, ma la ingoio.
«Vai bene così», mi dice Marta. Ma non so più chi sono senza gli occhi degli altri che mi giudicano. Divento esperta nel sorridere quando vorrei urlare, nel dire «va tutto bene» quando dentro mi sento una tela strappata.
Trascorrono settimane. Un pomeriggio, Giulia torna da scuola come una tempesta. Getta lo zaino, urla: «Non voglio più suonare quel maledetto flauto!». Mamma corre, papà la segue. Io rimango seduta, le mani sul libro aperto. Nessuno si gira verso di me, nessuno mi chiede cosa sento. La scena si ripete per giorni.
Una volta la raggiungo in camera. «Se non vuoi farlo, basta. Diglielo» sussurro.
«Tu che ne sai, almeno a te non fanno pressioni» dice, la voce rotta.
Mi sento spiazzata. Sono mesi che vivo nell’ombra del flauto di Giulia, delle sue ore con papà e i suoi successi. Lei vede solo la libertà che crede io abbia.
«Sai quant’è difficile stare sempre al centro? Essere quella che devono applaudire?» mi chiede, con le lacrime agli occhi.
Per la prima volta penso che forse la mia invidia ha radici più profonde. Forse siamo entrambe vittime, in modi diversi.
Passano altri giorni. Le liti aumentano. Mamma piange, papà strepita. Un giorno, a tavola, scoppio: «Potete per favore smetterla di fare paragoni? Non siamo due trofei!»
Il silenzio improvviso cade sulla stanza come una lama.
Papà si alza, lascia il tavolo. Mamma si asciuga gli occhi. Giulia mi guarda senza parlare. Mi sento improvvisamente vuota. Vado in camera, piego le gambe contro il petto. Mi chiedo se la pace, quella vera, sia solo un’illusione per le famiglie degli altri.
La notte, Firenze fuori dalla finestra, mi sembra una città straniera. Sento la solitudine pesare, ma anche un senso nuovo di identità. Forse finalmente sto smettendo di accontentare tutti, forse posso imparare a essere fragile davanti agli altri.
Non so se l’amore può davvero vivere insieme all’ossessione per il riconoscimento. Non so se nella ricerca di status perdiamo il senso di noi stessi. Ma so che non voglio più essere solo lo sfondo della vita degli altri. Cosa ne pensate… si può essere amati davvero, se non ci permettiamo di essere visti per ciò che siamo, con tutte le nostre crepe?