Perso tra il Vuoto di Casa: La Vita di Francesca Ricci

«Mario, almeno ascoltami quando ti parlo!»

La mia voce si spezza nel silenzio che sembra aver preso residenza nel nostro salotto, proprio tra la poltrona scura e la libreria troppo piena di figli traditi dal tempo. Le parole svaniscono in quell’aria greve, come se avessi aperto una finestra sul nulla. Mario, mio marito da ventidue anni e otto mesi, non alza nemmeno lo sguardo dal suo giornale, come se ogni mia richiesta, ogni mio segnale fosse il ronzio fastidioso di una zanzara estiva. Dentro di me sento una rabbia che si piega subito all’impotenza. Quante altre donne, mi chiedo, si sentono così profondamente isolate proprio accanto a un corpo caldo? È peggio sentirsi sole in due che essere sole davvero?

Ho quarantasette anni e una casa piena di fotografie scattate durante le vacanze: la Sardegna, il lago di Garda, sorrisi per la macchina fotografica, felicità esposta su mensole impolverate. Ma dentro non c’è nulla, nient’altro che vuoti e abitudini ruotanti attorno a una tavola apparecchiata per tre, da quando nostro figlio Matteo si è trasferito a Milano a studiare Ingegneria. La domenica, preparo il ragù anche se non lo mangia più nessuno. È l’unica cosa che mi dà l’illusione di una routine condivisa, mentre il silenzio ci mastica dentro.

«Ma non capisci che non parliamo più? Che questa casa sembra vuota anche quando ci siamo entrambi?»

Finalmente Mario mi guarda, lento, come esasperato dal mio dramma. «Non esagerare, Francesca. Tutti hanno momenti così. È la vita.»

Non so perché, ma quelle parole mi fanno male più di qualsiasi minaccia. Ma è davvero questa la vita? Essere visti come una sagoma di cartone? È peggio il dolore della solitudine o il freddo che si infiltra in un letto matrimoniale troppo grande, dove ci si tocca per sbaglio durante la notte?

Non sempre è stato così. Ricordo ancora quando Mario mi guardava come se fossi l’unica donna al mondo, la passione sotto le lenzuola e il nostro modo di litigare per poi fare pace abbracciati in cucina, davanti al primo caffè. Ricordo quando mi sentivo indispensabile, quando il suo sorriso mi bastava per credere nella felicità. Ma poi la routine, le bollette, il lavoro, le incomprensioni mai spiegate hanno iniziato a scavare come rughe sotto la pelle. E io, come tante donne, ho preferito il silenzio al rischio di un conflitto vero. Forse ci siamo persi mentre proteggevamo la stabilità. Forse ci siamo arresi, entrambi stanchi, annegando nella paura che la solitudine fosse peggio di una vicinanza senza passione.

Mamma una volta mi ha detto: «Meglio una cattiva solitudine che una cattiva compagnia, ma una solitudine condivisa è la peggiore di tutte.» Lei aveva ragione, malgrado la sua generazione abbia sempre sofferto in silenzio. Io, però, vorrei urlare il mio dolore, ma la voce si confonde nei rumori quotidiani: una pentola che bolle, il telegiornale, i passi di Mario che si spengono nel corridoio. A volte mi chiedo se qualcuno, anche solo per un istante, si accorge davvero di quella tensione sospesa tra le pareti del nostro appartamento di Bologna. Fuori la gente scorre veloce, gli autobus pieni, i giovani che gridano sotto le finestre la sera. Io li invidio, loro almeno sentono qualcosa.

All’inizio ho provato a reagire. Ho letto articoli, mi sono iscritta a yoga, ho iniziato a camminare da sola sotto i portici cittadini: dalle Due Torri fino a via Farini. Ho cercato nei dettagli di Bologna la mia salvezza, ascoltando le voci delle altre donne che ridevano nei bar. Ma la verità è che il vuoto si fa più acuto quando si torna a casa e nessuno nota che hai cambiato colore di capelli, che hai un viso diverso, che stai combattendo una battaglia silenziosa contro l’annientamento emotivo.

Solo una volta, al supermercato, mi sono quasi sentita viva: in fila alla cassa, una signora mi ha sorriso, due parole scambiate sulla pioggia, un cenno complice mentre sistemava le borse. Mi sono sorpresa a desiderare ardentemente quella connessione minima, qualcosa che Mario non mi offre più.

Ogni sera, prima di dormire, mi siedo pochi istanti sulla sponda del letto e ascolto il suo respiro pesante. Sento il peso di una stabilità che ha il sapore della ruggine. Rimango a lungo in bilico tra il desiderio di abbandonare tutto e la paura di affrontare quel vuoto senza nemmeno più le abitudini a tenermi ancorata. Qual è la scelta più coraggiosa? Rimanere e affondare ogni giorno nell’indifferenza, o saltare verso il nulla della solitudine, rischiando di perdere anche le piccole certezze?

Una notte, durante una delle nostre cene cariche di silenzi, ho rischiato. Ho guardato Mario negli occhi più a lungo del solito e con tutta la calma che potevo simulare, ho chiesto: «Mario, tu sei felice?»

Mi ha fissata, largo tra la confusione e l’imbarazzo. Ha lasciato la forchetta, ha sospirato, poi ha scosso la testa. «Non lo so più, Francesca. Forse ci siamo persi entrambi. Ma davvero pensi che sarebbe meglio stare soli?»

Non ho risposto. In quell’istante mi sono resa conto che la sua paura e il suo vuoto erano uno specchio del mio. Non eravamo più nemici, ma due naufraghi stretti alla medesima zattera. Mi sono chiesta mille volte: è peggio soffrire insieme, sentendosi invisibili, o affrontare il terrore di una libertà troppo vuota?

Nei giorni seguenti ho provato a parlare con mia sorella, Lucia. Mi ha detto che forse dovrei pensare a me stessa, che anche lei si sente spesso consumata dai troppi doveri e dai troppi compromessi. «Non lasciare che l’abitudine ti spenga. La vita è una sola, Frà», mi ha detto stringendomi la mano al bar di piazza Maggiore. Io le ho sorriso con gratitudine, ma il coraggio mi manca ancora. Quante di voi, donne, siete rimaste per paura, per i figli, per un vago senso di sicurezza? Quante invece hanno scelto la solitudine totale, rischiando tutto pur di sfiorare di nuovo la vita?

Intanto il tempo scorre, i capelli si fanno sempre più grigi e le parole muoiono tra noi, mentre ognuno si costruisce una piccola fortezza di autonomia, nel silenzio di una casa troppo ordinata. Forse domani sarò più forte. Forse troverò la risposta che ancora non conosco. Ma intanto, ogni sera, mi sorprendo a chiedermi: è più coraggioso sopravvivere in un amore che non scalda più, o abbracciare il gelo della propria libertà?

E voi, cosa fareste al mio posto? Cosa è davvero più difficile: continuare a sperare in una scintilla o trovare la forza di lasciarsi tutto alle spalle?